martedì 13 maggio 2008

I democratici e la questione del territorio

Il dato elettorale del 13/14 aprile non va certo archiviato senza discussioni, ma sarebbe a dir poco masochistico trasformarlo, come spesso accade dopo le sconfitte, nella scusa per un piagnisteo generalizzato, per una lamentazione del male cronico della sinistra nel nostro Paese, o peggio ancora per l'esaltazione passiva della “geometrica potenza di fuoco” dell'avversario laddove invece si imporrebbe un minimo di freddezza nella riflessione.
A meno di non voler correre il rischio di certi generali nordisti durante la guerra di Secessione statunitense, così ossessionati dal mito del generale Lee, il loro grande avversario, da partire sempre psicologicamente battuti di fronte a qualcuno che ritenevano a priori essere loro superiore in strategia e tattica; la stessa cosa accadde nella Seconda guerra mondiale in Nordafrica, quando molti ufficiali britannici erano a loro volta paralizzati dal mito di Rommel, della leggendaria abilità tattica della Volpe del Deserto. Per fortuna poi arrivavano al comando un Grant o un Montgomery, uomini per i quali il problema non era quello di misurarsi con una leggenda, ma più semplicemente di far vincere le proprie armate impedendo al nemico di dettare il piano strategico.
Fuori dalla metafora bellica, va dato atto a Walter Veltroni di avere cercato di condurre una battaglia del secondo tipo, riuscendo a motivare le proprie truppe di fronte ad una sconfitta annunciata, cercando di rovesciare l'ordine delle priorità definito dall'avversario nel tentativo di andare oltre rispetto ad una dialettica paralizzata.
Era un tentativo difficile, e di fatto non è andato a buon fine: troppo grande infatti era il distacco, causato non tanto dalle performances del Governo Prodi, il cui merito principale è stato quello di riprendere in mano una situazione dei conti pubblici ormai fuori controllo, ma dalla perenne aria di happening che la multiforme maggioranza che reggeva il Governo emanava intorno a sé, con totale sprezzo dei rapporti di forza dettati dalla modesta vittoria ottenuta nel 2006.
E tuttavia, a bocce ferme, è forse necessario iniziare una seria riflessione su alcuni dati che sono emersi dalle elezioni, servendosi delle analisi di chi i numeri li sa interpretare davvero, come è il caso di Ilvo Diamanti e degli analisti dell'Istituto Cattaneo di Bologna.
Innanzitutto non è vero che la sconfitta del PD e la vittoria della destra siano essenzialmente frutto del voto del Nord: i dati dimostrano con evidenza come invece tale vittoria sia spalmata in tutta Italia, con l'eccezione delle Regioni centrali, e come il Meridione, tranne il Molise dipietrista e la Basilicata, abbia votato a destra in maggiore o minore misura. Ciò significa che il Popolo delle Libertà, il cartello elettorale nato dalla fusione delle liste di Forza Italia, Alleanza Nazionale ed altre forze minori, dispone di un consenso più o meno uniforme in tutto il Paese, anche se la sua prova del fuoco sarà evidentemente il passaggio alla costituzione in forma partito. Qui, in tutta evidenza, dovrebbero emergere le differenze fra la guardia stretta di Berlusconi, formata essenzialmente da suoi dipendenti e sodali di lunga data, e coloro che vengono da esperienze partitiche precedenti, non solo quelli di AN ma anche molti ex democristiani e socialisti: non sarà indifferente rispetto alle fortune del nuovo soggetto politico se esso sarà ancora un contenitore basato essenzialmente sulla volontà di un Capo indiscutibile o se in esso vi sarà spazio per una reale dialettica democratica, ad esempio per quel che concerne gli assetti interni a tutti i livelli e la scelta dei candidati dal Sindaco in su. E' dubbio che questo tipo di aspirazioni possano essere soddisfatte finché durerà la supremazia di Berlusconi, il quale è a dir poco indifferente allo spirito e alla prassi della democrazia.
In secondo luogo è un dato di fatto che la Lega Nord abbia avuto un risultato per certi versi straordinario e che questo sia stato l'additivo per la vittoria della coalizione di destra, ma il risultato leghista va letto con attenzione. Molto si è discusso del “passaggio del Po” da parte degli uomini di Bossi, e molti cronisti si sono precipitati a Galeata, nel Forlivese, dove la Lega ha riportato un risultato di tipo “lombardo” che è stato messo in relazione alla forte presenza di lavoratori extracomunitari (ed in totale assenza di reali tensioni o di problemi di pubblica sicurezza): sarebbe da citare anche l' 11% raggiunto dal Carroccio nella rossa Sassuolo, dove invece problemi di tensione interetnica ce ne sono stati. Ma tutto questo non risponde alla domanda di fondo: questo voto leghista è lì per rimanere oppure è un fatto momentaneo? Personalmente e non da oggi ritengo che il vero obiettivo politico della Lega, al di là dei proclami separatisti e/o federalisti (che non sono nemmeno accompagnati da un'elaborazione politico-istituzionale all'altezza, visto l'imbarazzante mediocrità della proposta di riforma costituzionale partorita nell'autunno 2005 e poi provvidenzialmente cassata dall'elettorato con il referendum dell'anno successivo), sia quella di perpetuare se stessa, e ciò è possibile solo alimentando un moto permanente di tensione verso alleati ed avversari. In questo senso, la Lega è il termometro politico del Paese, ed il suo dato elettorale è destinato ad aumentare o a diminuire a seconda dell'aumentare o diminuire della tensione sociale, laddove il problema della sicurezza è solo la spia di un disagio più ampio risentito da quelle amplissime fasce di società civile che si trovano a mal partito in una globalizzazione che fin qui ha funzionato a meraviglia solo per le oligarchie economiche. Da qui peraltro nasce anche l'equivoco della Lega come “costola della sinistra”: credo abbia ragione Ivan Berni quando annota che la Lega è un fenomeno inequivocabilmente di destra, in quanto predica “il moralismo conformista, nega l'universalità del diritto, la terzietà della magistratura, la pari dignità sociale delle opzioni sessuali, la conflittualità fra lavoro e capitale come elemento portante della democrazia”. Ciò peraltro “non impedisce che la votino elettori in fuga dal centrosinistra e dalla sinistra radicale, che la votino operai e precari, che sulle sue ricette spicce in materia di sicurezza e i suoi programmi bellicosi convergano consensi popolari”. Anche perchè, come ci insegna la storia, è perfettamente possibile che forze tendenzialmente di destra sappiano anche intercettare sentimenti popolari diffusi su proclami interclassisti, spostando l'animosità sociale su di un piano indifferenziato in cui la polemica verso le oligarchie economiche si salda con quella contro i sindacati e le forze di sinistra, liquidate oggi come facce della stessa “casta”: al fondo, mutatis mutandis , era lo stesso tipo di retorica del fascismo e del nazionalsocialismo, che si appellavano all'anima proletaria per declinarla in termini non sociali ma nazionalistici. Se le cose stanno così, è possibile che le inevitabili delusioni dell'azione governativa del “Berlusconi IV” sgonfino le vele del movimento leghista, che del resto a Milano nel 1993 toccò la vetta del 40% alle elezioni amministrative per piombare poco oltre il 10% l'anno successivo.
E tuttavia, ed è la questione focale, occorre capire che cosa può fare in questo contesto desolante il Partito Democratico quale unico rappresentante dell'opposizione di centrosinistra e di sinistra tuttora presente in Parlamento. Indubbiamente il risultato ottenuto, che sfiora il 34%, conferisce al neonato PD una forza oggettiva che deve ancora essere declinata in idee e programmi credibili, al di là di suggestioni tipo “partito del Nord” che rimandano ad un'idea un po' meccanicistica del concetto di rappresentanza elettorale, la quale non appare legata a modalità organizzative ma piuttosto alla capacità di coniugare la chiarezza dei programmi all'effettivo radicamento territoriale. In questo senso, vale poco appellarsi alle “forme organizzative” della Lega, che sono di tipo abbastanza tradizionale, basate su di un forte dato di militanza e su parole d'ordine semplici che ricalcano sostanzialmente quelle messe in giro da Bossi e dai suoi amici oltre vent'anni fa all'inizio dell'avventura del Carroccio. D'altro canto, le percentuali della Lega in territori da cui è assente al punto da non avere né sezioni né rappresentanti di lista testimoniano nel senso di una non immediata correlazione fra presenza territoriale tradizionale e consenso elettorale.
Il problema del PD, in buona sostanza, è quello di fare politica, espressione che intesa nel suo significato più letterale significa capacità di stare nelle pieghe dei territori e dei loro interessi, riscoprendo e valorizzando il legame con il sindacato, l'associazionismo e la cooperazione, e nello stesso tempo di rimettere in auge il pensiero politico, la ricerca, la traduzione del pensiero politico in atti conseguenti, e quindi rianimare lo spirito di partecipazione, anche quello parziale (legato cioè a fatti o istanze contingenti) che caratterizza soprattutto la realtà giovanile. In questo modo il partito,pur essendo, come deve esserlo una forza che aspira ad essere forza di governo di una società complessa, aperto al contributo di ogni persona e di ogni realtà sociale, nello stesso tempo dovrà essere ed apparire inevitabilmente radicato in quelle istanze popolari (lavoro, casa, welfare, scuola, pubblica sicurezza....) che non possono apparire costantemente come una sgradita sorpresa all'indomani di elezioni perse.
Naturalmente, questo percorso dovrà essere accompagnato anche da una reale capacità di interlocuzione politica al proprio interno, senza aver paura della possibile nascita di correnti di pensiero che però non rispecchino le appartenenze del passato ma siano piuttosto espressione di ricerca di modalità diverse di incarnare una nuova soggettività riformista e democratica (la sola sinistra possibile di questa fase storica) per costruire il futuro del nostro Paese.

sabato 5 aprile 2008

Una rosa sfiorita prematuramente

Editoriale di aprile 2008 - di Giovanni Bianchi

E' difficile e persino presuntuoso fare pronostici su di una campagna elettorale tanto serrata come quella in corso: credo però di poter dire che fra coloro che risulteranno perdenti ad urne aperte vi sia il progetto politico che è andato sotto il nome di “Rosa bianca”, e che viceversa avrebbe dovuto essere una delle maggiori novità di questa tornata elettorale.

Intanto era apparsa già una scelta sgradevole quella del nuovo movimento politico di assumere per sé un nome che da quasi trent'anni era invece tenuto con onore dall' associazione di cultura politica fondata da Paolo Giuntella e da altri giovani gravitanti intorno alla Lega democratica di Scoppola e di Ardigò, poi presieduta a lungo da Giovanni Colombo ed ora da Grazia Villa: è stato spiacevole che abbia dovuto essere un'ordinanza giudiziaria a sancire ciò che avrebbe potuto e dovuto essere ragionevolmente definito in altre sedi.

Ma è ovvio che i problemi sono più ampi, sia sotto il profilo concettuale che sotto quello politico. L'assunto di base da cui Savino Pezzotta ed i suoi amici fecero nascere l'idea originale del nuovo soggetto politico era quella di cercare, a fronte di quella che sembrava loro il soffocamento della voce libera e storicamente ricca di contenuti del cattolicesimo democratico e sociale all'interno del “calderone” del Partito democratico, e attesa l'impossibilità di far valere le proprie ragioni nel coacervo reazionario berlusconiano.

In questo senso, la scelta di un gruppo di persone che, sotto la regia del sagace sindacalista bergamasco, si sono progressivamente ritrovate intorno ad un progetto sociale e politico comune, di correre in solitaria al di fuori dei due principali schieramenti ha finito anche per attirare una certa attenzione, non foss' altro, e torniamo a quanto detto sopra, per la ricerca di una originalità di proposte politiche a fronte di quella che pareva un progressivo avvitamento del sistema politico su se stesso che ha trovato la sua scoraggiante sintesi nelle scene da osteria a cui alcuni componenti della Camera Alta della Repubblica (quella, per intenderci, dove sedettero a suo tempo Benedetto Croce, Carlo Sforza, Umberto Terracini e Luigi Sturzo) si sono abbandonati dopo la caduta del Governo Prodi.

Era per questo che, nel suo editoriale sul numero 3 del 2008 di “Aggiornamenti sociali”, padre Bartolomeo Sorge poteva salutare nella “Rosa per l'Italia” -alla fine il nome prescelto era questo- una delle due novità della politica italiana in quanto ambedue capaci di mobilitare energie nuove intorno ad un progetto originale. Ma i problemi iniziavano subito nel momento in cui al gruppo originario di Pezzotta venivano ad unirsi Bruno Tabacci e Mario Baccini, transfughi dall' UDC cui rimproveravano (in primo luogo, ovviamente, al patron Pierferdinando Casini) di non essere in grado di rompere fino in fondo con Berlusconi dando seguito alle aspirazioni autonomistiche del centro cattolico.

Tuttavia, mentre Pezzotta teneva ferma l'ipotesi terzaforzista, Baccini, che era stato Ministro di Berlusconi senza mostrare particolari patemi d'animo, si affannava a dire che se mai la “Rosa” avesse cercato un'interlocutore sarebbe stato soprattuto a destra.

Nel frattempo tuttavia Casini, subita anche la scissione del gruppo più organicamente “berlusconiano” dell' UDC guidato da Giovanardi, si trovò di fronte al diktat del Cavaliere: o rientrare nel neonato “Popolo delle libertà” sacrificando lo storico simbolo dello scudo crociato o correre da solo. Più per disperazione che per convinzione l'ex Presidente della Camera scelse la seconda strada, e a quel punto quasi inevitabilmente venne a porsi il problema di una possibile convergenza fra il progetto di Casini e quello di Pezzotta e dei suoi amici.
In sostanza, la lista elettorale che ne è uscita, che ha assunto il nome di Unione di centro e si pone sotto il simbolo dello scudo crociato ed il nome di Casini, con quattro candidature “sicure” riservate agli uomini della “Rosa” , fra cui Baccini e Tabacci freschi transfughi dall' UDC, cui si aggiunge il transfuga dal PD Ciriaco De Mita, e che vede come capolista in Sicilia il ben noto Totò Cuffaro non può onestamente essere considerata il nuovo che avanza.

Se ne sono resi conto due veri cattolici democratici come Alberto Monticone e Gerardo Bianco, che hanno subito lasciato il progetto; soprattutto se ne è reso conto lo sponsor originario padre Sorge, che ha dovuto prendere atto di come l'idea originaria dei suoi amici sia stata immediatamente affossata dall'abbraccio con un soggetto politico molto “vecchio” quale è quello di Casini, che ha appoggiato tutti i malestri del Governo Berlusconi nel quinquennio 2001-2006, nessuno escluso, costringendo Marco Follini a lasciare prima la Segreteria e poi il partito a seguito della liquidazione della sua posizione assai più dignitosa.

Ma a mio giudizio il problema è più radicale nel senso che, ad onta delle buone intenzioni di Pezzotta e di alcuni altri, ad essere sbagliata era l'impostazione di fondo, in quanto lo si voglia o no l'idea di base della “Rosa” consisteva nella possibilità di far nascere, sia pure in una forma nuova, un soggetto politico centrista e scopertamente anti – bipolare nel momento stesso in cui la tendenza generale sembra essere addirittura di tipo bipartitico. A ciò si aggiungeva una volta di più, e anche alcune infelici uscite di settori del mondo ecclesiastico parevano accreditarlo, una nostalgia per il bel tempo andato non della Rosa ma della Balena bianca che, al di là di ogni valutazione di tipo storico, appare marcata da sostanziale disattenzione a quella progressiva secolarizzazione dell'offerta politica che ormai è stata registrata e fatta propria anche da parte della Gerarchia, come ha dimostrato il comunicato finale dell'ultimo Consiglio permanente della CEI.

Quanto meglio sarebbero impiegate queste forze se venissero utilizzate ad ampliare e far crescere lo spazio propositivo dei cattolici democratici nel PD, dove essi stanno non come soci di minoranza ma come fondatori e partecipi a pieno titolo di un progetto comune!

In ogni caso, non è mai troppo tardi.

sabato 29 marzo 2008

La "questione Moro" è ancora aperta

editoriale di marzo 2008 - di Giovanni Bianchi

La memoria di Aldo Moro va ben oltre il ricordo del suo rapimento da parte delle Brigate Rosse il 16 marzo di trent'anni fa, i 55 giorni della sua prigionia e la successiva, barbara uccisione avvenuta il 9 maggio di quello stesso 1978.

No, non c'è nel nostro Paese solo un “caso Moro” di ordine giudiziario, le mille verità contrapposte che si agitano, i memoriali, la disinformazione, la P2, i servizi segreti più o meno deviati, le piste internazionali, il dolore della famiglia e degli amici e tutto ciò che contribuiva a farne , come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia , “l'affaire” della democrazia italiana esattamente come il processo Dreyfus lo fu per la democrazia francese.

Più al fondo, nel cuore stesso della nostra democrazia vi è tuttora aperta una “questione Moro” che significa la esatta definizione di che cosa abbia significato la presenza di questa figura assolutamente atipica di intellettuale, di politico e prima ancora di credente in uno scenario complesso come quello della cosiddetta Prima Repubblica che egli attraversò da protagonista nei primi trentatrè anni della sua esistenza come costituente, uomo di partito e di governo, legando il suo nome a tre delle architetture politiche più importanti della nostra storia recente: la Costituzione, il primo centrosinistra e la solidarietà nazionale.

Schiere di autori satirici e di imitatori, a partire dal grande Alighiero Noschese , presero di mira alcuni aspetti della personalità di Moro, i suoi lunghi discorsi, il fraseggiare che pareva involuto ed ambiguo, l'inesausta vocazione mediatrice, che peraltro fu uno degli aspetti salienti dell'inquietante e quasi mimetica interpretazione del personaggio ispirato a Moro che diede Gian Maria Volontè nel film di Elio Petri Todo modo tratto dall'omonimo romanzo di Sciascia.

Credo che si avvicinino molto al vero Leopoldo Elia e Mino Martinazzoli, che sul senso della figura di Moro si confrontarono in un colloquio a due voci del 2002 poi raccolto in una preziosa plaquette edita dalla piccola casa editrice bresciana La Quadra. L'ex presidente della Corte costituzionale, che di Moro fu per lunghi anni l'alto consulente giuridico, sottolineava nel suo amico e maestro la figura dell'uomo di Stato, animato da profonde convinzioni democratiche, diffidente verso ogni forma di ingegneria istituzionale proprio perché fiducioso nel ruolo della politica e per questo inventore della formula dello “Stato dal valore umano” basato sui principi fondamentali della Costituzione e per questo avversario di ogni tentativo di ridurre la DC, partito complesso quant' altri mai, alla semplice ala conservatrice dello schieramento politico.
Martinazzoli, dal canto suo, teneva a sottolineare la dimensione strategica dell'agire di Moro, anche per rilevarne la distanza rispetto ad una politica, quella di oggi, tutta incentrata sull'orizzonte brevissimo del day by day: le grandi manovre parlamentari o interne alla DC, i discorsi cesellati e complessi, la capacità di programmare i passaggi successivi, tutto l'insieme dell'azione politica non era mai finalizzato a se stesso ma rimandava ad una concezione articolata che metteva la politica al centro della vita civile senza negare l'importanza di ciò che precede la politica stessa.

Questo rimanda, a mio giudizio, alla natura particolare della concezione politica di Moro, che è il cuore della sua “questione”, poiché egli fu forse il politico più lungimirante della sua generazione non per scienza infusa ma per una reale capacità di osservazione di quanto si muoveva nella società. In questo senso, il suo percorso dal gruppo dossettiano al legame con Fanfani, dalla nascita della corrente dorotea alla guida del partito e poi del Governo, dall'esilio successivo al 1968 alla progressiva ripresa di centralità che ne avrebbe fatto l'alto arbitro delle strategie di partito fino al giorno del suo rapimento, presenta una sua coerenza di fondo. Prima di altri, meglio di altri, Moro ebbe ben chiara la percezione di quanto il ruolo della Democrazia Cristiana fosse insieme centrale rispetto al quadro politico e parallelamente destinato a durare solo a condizione di creare progressivamente le condizioni per includere tutte le forze politiche che avevano partecipato alla Costituzione nell'area di governo, rilevando il blocco patologico del sistema politico ed insieme l'impossibilità di sbloccarlo date le condizioni interne ed internazionali. Si ebbe così il paradosso per cui il politico che aveva contribuito nel 1958 ad abbattere Fanfani contro l'ipotesi del centrosinistra sarebbe poi diventato il Segretario politico che avrebbe gestito il passaggio al centrosinistra e poi il capo dei tre Governi di centrosinistra “organico” che si succedettero fra il 1963 ed il 1968. Proprio l'anno della grande rivolta studentesca ed operaia rappresentò la svolta più significativa del pensiero di Moro, che si pose in una forma di opposizione originale rispetto al “castello” del potere doroteo creando un saldo rapporto con la sinistra “sociale” di Carlo Donat Cattin, e chiamando intorno a sé alcuni degli elementi intellettuali più brillanti che gravitavano intorno al partito, mai mettendo in primo piano se stesso e sempre contemperando la spinta verso i “tempi nuovi che si annunciano” al senso del possibile e soprattutto alla tutela dell'unità del partito, poiché nella sua visione politica egli aveva chiarissimo che solo portando tutta la DC su determinate posizioni sarebbe stato possibile che esse venissero digerite senza traumi per il sistema democratico nel suo complesso.

Ciò si manifestò in almeno tre occasioni topiche, quella della grave crisi di Governo del luglio 1964, in cui le sciabole tintinnarono, quella della elezione presidenziale del 1971, quando la sua candidatura, che sarebbe stata accettata dalle sinistre, venendo silurata dal tandem Forlani-Andreotti a favore del più sbiadito e “disponibile” Giovanni Leone, e infine in quel tardo inverno del 1978 quando si dovette gestire l'ingresso del PCI nell'area di Governo.
In tutti questi casi Moro svolse ad altissimo livello il suo ruolo di mediatore, sapendo peraltro di incarnare con dignità la sua funzione di capo riconosciuto di una grande forza, peraltro condiviso anche da alcune delle sue controparti politiche: non è un caso ad esempio che Paolo Bufalini abbia annotato a margine dei suoi appunti di un incontro riservato fra Moro e Berlinguer che sembrava “un incontro fra due Capi di Stato”.

D'altronde, la fine stessa di Moro è stata un fatto politico, in cui si sono affrontate due concezioni della persona umana e del suo rapporto con lo Stato. La scelta di trattare o meno con i brigatisti per la liberazione dello statista rimanda all'immortale archetipo dell' Antigone di Sofocle, che è tutta incentrata sul confronto fra le leggi umane e quelle divine. Creonte, sovrano di Tebe, decreta che onori funebri siano riservati ad Eteocle, che combatté per difendere la città, ma non al fratello Polinice, che militava nelle fila di chi l'assediava, condannandolo così all'infamia perenne. Antigone, sorella dei due fratelli-nemici, rende invece onori funebri anche al reietto, e per questo è condannata a morte.
Per la bocca di Creonte parla la città, la ragione di Stato, l'esigenza della difesa di un bene superiore che trascende le singole esistenze dei cittadini e per questo può essere anche inesorabile e spietata; per la bocca di Antigone parla un altro tipo di ragione, magari una di quelle che “la ragione non conosce” come annotava Pascal,la pietà, la tutela del bene del singolo.

Creonte ed Antigone sono personaggi eterni, che si misurarono in via Fani come già si erano misurati per migliaia di anni e per altre migliaia lo faranno in un confronto che è inscritto nella natura stessa dell' uomo inteso come zoòn politikòn . Anche questo, peraltro, è un aspetto della “questione Moro” , questa polarità fra il fine intellettuale ed uomo di Stato e l'uomo privato, il padre di famiglia timoroso dell'avvenire dei suoi cari, e che, in una situazione drammatica, cerca di fare politica come può cercando interlocutori fra i suoi aguzzini e fra coloro che stanno fuori dalla prigione.

Un dramma, una tragedia, insomma un confronto ad altissima quota che ci fa misurare l'abissale distanza di ciò che oggi passa per politica e che invece politica non è perché di essa dimentica l'aspetto più importante e centrale che è l'uomo inteso nelle sue credenze, nelle sue passioni, nelle sue idee e non soltanto nei suoi interessi immediati.