martedì 2 giugno 2009

Il disarmo morale

Non metterebbe veramente conto di doversi occupare di una spiacevole storia di ragazzine sprovvedute, di genitori troppo ambiziosi e soprattutto di ricchi e potenti signori incontinenti se, per l'appunto, solo di questo si trattasse.

Una vicenda del genere meriterebbe di rimanere confinata nella dimensione privata o al massimo nella cronaca rosa se non finisse, da un lato, per investire pesantemente le responsabilità pubbliche di un ricco e potente signore e, dall'altro, se non mettesse in evidenza lo scadimento, starei per dire il disarmo della coscienza morale di questo Paese.

Sulla prima questione già molti si sono esercitati, e alla fine l'unica cosa da dire è quanto avesse ragione Montesquieu quando affermò che il potere assoluto corrompe assolutamente, nel senso che chi si sente padrone ad un tempo del potere politico, di quello mediatico e di quello economico, ed è sicuro di non avere rivali alla propria altezza e di poter programmare per se stesso un avvenire di indiscutibile grandezza, finisce anche per perdere quei pochi freni inibitori di cui era dotato, e ritiene di potersi permettere qualunque cosa, sicuro dell'impunità giudiziaria e dell'anestesia della coscienza civile.

Ed è infatti la seconda questione quella che merita di essere approfondita, nel senso che comportamenti del genere sarebbero a dir poco impossibili in una società in cui la coscienza morale fosse più vigile. Qui occorre distinguere: quando si parla di moralità in questo Paese, e temo che per certi versi pesi a tale proposito un retaggio cattolico, si fa immediatamente riferimento alla sfera sessuale, ma è chiaro che la morale ha una dimensione più ampia. Inoltre, vi è una certa tendenza a confondere moralità e legalità, facendo un generale pasticcio in cui ciò che è reprensibile moralmente si confonde con ciò che lo è politicamente ed infine con quello che configura una fattispecie penale.

Sul terzo aspetto, evidentemente, si deve esprimere chi ha la competenza - ed il dovere - di farlo, ma sui primi due il giudizio spetterebbe ad un'opinione pubblica informata, che a sua volta presupporrebbe una stampa libera. Diciamo che nel nostro Paese, e questo è già un segnale di degrado, un sistema informativo libero è una merce piuttosto rara, e questo mette un'opinione pubblica già di suo poco propensa all'attivazione etica ancora meno capace di formarsi un'opinione specifica.

In linea generale, però, credo non abbia torto Gabriele Romagnoli quando scrive (“Repubblica” del 30 maggio) che il punto non sono tanto i desideri senili di qualcuno, ma la tendenza delle famiglie, diciamo di certe famiglie, di rendersi immediatamente disponibili a tali desideri in nome della superiore ambizione del successo, della fama, di un posto in uno show tv o in Parlamento (tanto, a quel che sembra, è ormai la stessa cosa), barattando in nome di questo anche ciò che dovrebbe loro essere più caro.

Si parla tanto, ed anche a sproposito, del ruolo della famiglia nel nostro Paese, di come essa sia la base della società e venga regolarmente dimenticata nella fase della programmazione ed allocazione delle risorse, ed è abbastanza vero. Ma non abbiamo ancora svolto una riflessione su come la famiglia sia anche, e molto spesso, il terminale della crisi etica del nostro Paese, di come spesso si trasformi in incubatrice di violenze, di indifferenza, di odi reciproci, ovvero come spesso sia un luogo chiuso in cui maturano le ambizioni più smodate, certamente indotte da un ambiente esterno insano da cui si ricevono stimoli negativi, ma anche frutto di quella elaborazione del proprio particulare, per usare la formula dell'egoismo atavico nobilitata dal Guicciardini, per cui qualunque metodo è buono per raggiungere il successo, ed il lavoro e lo studio diventano accessori secondari, per non dire di altre aspirazioni un po' più nobili che non siano l'autoaffermazione personale.

In sostanza, spesso non ci sarebbero corruttori se non ci fossero persone già predisposte alla corruzione, così come non ci sarebbero tiranni se non ci fossero coloro che già sono disponibili alla servitù, come aveva capito bene l'imperatore Tiberio, che malediceva i senatori che lo osannavano in pubblico (pur odiandolo segretamente) come “homines ad servitutem parati”.

E anche se un certo tipo di egemonia culturale ha potuto contribuire pesantemente a questa soluzione, le responsabilità dei singoli, come pure quelle di certune zelanti agenzie formative che non hanno fatto il loro dovere, non possono in alcun modo essere eluse.

Berlusconi, prima o poi, passerà: le anime morte disponibili al servaggio e alla prostituzione rimarranno ancora fra noi per molto tempo, in attesa di un nuovo padrone.

giovedì 7 maggio 2009

Uomini di fede

Il 16 maggio prossimo si terrà a Firenza una sorta di “convocazione” di cattolici italiani per riflettere sul tema “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. Non è un incontro di dissenzienti come quelli che si verificavano a cavallo degli anni Sessanta e settanta , e che pure riflettevano un malessere oggettivo a cui, erroneamente, si volle dare una veste di ordine ideologico declinata in senso ecclesiale o politico.

No, nella lettera aperta che invita all’incontro i firmatari, che vanno da Maria Cristina Bartolomei ad Alberto Melloni, da Giovanna Cella a Fulvio De Giorgi, dall’indomito novantenne Camillo De Piaz a don Giovanni Nicolini, apostolo dei disperati di Bologna, non bandiscono una qualche “contro – crociata”, e nemmeno intendono abbandonarsi ad uno sterile lamento nei confronti di una Gerarchia ecclesiastica sorda agli appelli della base.

Più semplicemente queste persone, questi credenti, vogliono testimoniare un disagio, vogliono poterlo esprimere, come suol dirsi, filialmente, e vogliono evitare l’approfondirsi di quello che il compianto Pietro Prini chiamò lo “scisma sommerso” dei nostri tempi, ossia il distacco silenzioso di molte persone dall’ufficialità ecclesiastica, senza il bisogno di rumoroso apostasie ma, appunto, in silenzio magari senza nemmeno lasciare la pratica sacramentale, congedandosi nello stesso tempo da uno stile ecclesiale fatto di predominanza della preoccupazione della Chiesa per la propria autoconservazione e della predicazione di una morale non contestualizzata.

Ciò sembra particolarmente importante nel giubileo della convocazione del Concilio da parte di Giovanni XXIII, con una straordinaria intuizione che, come dimostra in un suo recente saggio Melloni, fu un atto di innovazione voluto da un uomo ben fermo nella Tradizione con la T maiuscola, che è ben altra cosa dal miserabile reducismo di taluni professionisti del tradizionalismo a un tanto al chilo. E’ ben chiaro che queste riflessioni, come pure quelle che lo stesso Melloni, Giuseppe Ruggieri, Joseph Komonchak ed altri autori sviluppano in un recente volume intitolato non casualmente Chi ha paura del Vaticano II? con estremo rigore storico e teologico siano quasi indicibili in una realtà ecclesiale come l’attuale dove predominano i Socci, i Messori, i Fanzaga ed altri spacciatori di ciarpame devozionalistico e reazionario, alla fine perfettamente omologati alla deriva politica e consumistica dei nostri tempi che a questo tipo di religione delega una vaga funzione consolatoria, realizzando alla perfezione l’antica aspirazione di Charles Maurras per un cristianesimo come perfetto instrumentum regni, purchè ovviamente “depurato dal veleno del Magnificat”, quello per cui i potenti sono sbalzati dal trono ed i ricchi sono rimandati a mani vuote.

Ma forse la riflessione andrebbe spinta più a fondo, e va alla radice del nostro stesso modo di pensarci come comunità ecclesiale.

Potremmo ad esempio rifarci all'episodio riportato al capitolo 11, versetti 2-11 del Vangelo di Matteo, quando Giovanni il Battista, già imprigionato, manda alcuni suoi discepoli da Gesù per chiedergli se è lui l'Atteso, il Messia che riscatterà Israele, o se occorrerà attenderne un altro. Gesù risponde in forma indiretta, dicendo di riportare al Battista “ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi son purificati, i sordi odono, i morti risuscitano,ai poveri è annunciato il Vangelo”. E quindi, a confessare il Messia non è lui stesso , ma sono le opere messianiche che egli compie, come se in qualche modo l' ortoprassi precedesse e riempisse di significato l' ortodossia.

E ciò evidentemente vale per tutti coloro che oggi ed in ogni tempo si sono detti cristiani, che quelle opere sono chiamati a rinnovare conformando la loro vita a quella del loro Maestro (quante volte ripetiamo che al cristiano non è proposta una dottrina ma una vita concreta), così come Egli nella istituzione dell' Eucaristia “comandò di ripresentarne l'offerta”(Preghiera eucaristica V), nella liturgia come nella vita di ogni giorno. Quindi, il particolare significato oggi dello stare da credenti nella comunità degli uomini sta nell'inverare nella quotidianità quella che Giuseppe Dossetti definiva come l’aspirazione ad essere “uomo eucaristico”, nel senso di colui che “non incontra l'uomo dall'esterno ed in superficie, ma lo incontra nel suo 'sé' più intimo, più invisibile (...) creando e divulgando ovunque – nel senso di ogni società grande o piccola (...)- un'atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore – oblativo indipendente da ogni condizione esterna mutevole”.

E questo è un elemento che va oltre la misera cronaca di questi giorni.

giovedì 2 aprile 2009

Il PD e le sue sfide

L’ elezione di Dario Franceschini alla segreteria del Partito Democratico (non come reggente, ma come Segretario a pieno titolo) era in qualche misura ovvia alla luce della situazione determinata dalle dimissioni di Veltroni e dall’incalzare degli avvenimenti politici, che in agenda prevedevano a brevissima scadenza ( all’inizio di giugno, ma quattro mesi in politica sono nulla ) le elezioni europee e un impegnativo turno di elezioni amministrative. In queste condizioni, la pur comprensibile richiesta di un percorso congressuale o di nuove primarie non teneva conto della tempistica, implicando un dilatarsi dei tempi che invece le scadenza fissate non consentivano. Senza contare che gli appuntamenti politici e legislativi, l’ urgenza di tener testa alla ormai dilagante tracotanza del Governo e dei suoi sodali richiedevano di necessità la presenza di una guida riconosciuta di quello che rimane il maggior partito di opposizione.

Le dimissioni di Veltroni hanno rappresentato lo scacco non di un progetto complessivo, quale è quello del Partito Democratico, che non è stato frutto di improvvisazione ma aveva alle sue spalle anni di gestazione fin dalla nascita dell’Ulivo nel 1995, ma sicuramente quello di una linea politica che lo storico Roberto Gualtieri, uno dei relatori insieme a Pietro Scoppola della assemblea che ad Orvieto, nel 2006, definì i contorni generali del PD, ha sintetizzato nella linea economica di un neoliberismo ormai tatticamente ripudiato anche dalle destre e di una volontà di eccessiva semplificazione del sistema politico con la rinuncia ad un articolato sistema di alleanze.

Naturalmente è troppo presto per dire se il nuovo Segretario (che si è assunto il compito di portare il partito alla scadenza congressuale di ottobre ma, giustamente, ha rifiutato ogni ipotesi circa una sua possibile ricandidatura) sarà la persona adatta a dare la sveglia al partito, ad impedire un tracollo elettorale a giugno, a facilitare il ricambio della classe dirigente e un maggior radicamento sul territorio. E tuttavia, ciascuno di questi obiettivi è necessario ed in qualche misura vitale per la sopravvivenza del progetto del PD, specie nel momento in cui ci si accorge che Berlusconi, al di là dei limiti evidenti dell’azione di governo, è riuscito nel corso degli anni a solidificare intorno alla sua proposta politica un blocco sociale al momento maggioritario ed inscalfibile, sintetizzando, sia pure in modo rudimentale, una vera e propria cultura di destra che mescola suggestioni padane, neoliberismo più o meno temperato, clericalismo di comodo e, sopra ad ogni altra cosa, il sempre risorgente mito dell’uomo forte come soluzione e panacea dei mali del Paese.

Nello stesso tempo, tale cultura si presenta come un vero e proprio compendio di quello che potremmo definire “spirito dell’ anti - Costituzione”, con la messa in dubbio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, con la privatizzazione del welfare ed ora anche della pubblica sicurezza, con il pubblico incitamento da parte di parlamentari ed amministratori all’odio e all’intolleranza verso persone di nazionalità diversa che godono anch’esse (eh, sì!) della tutela della Costituzione.
Non si tratta qui di invocare un “comitato di liberazione nazionale”: al fondo, le scelte della destra sono le stessa dappertutto, cambiano forse i toni (ma un italiano che leggesse o sentisse le cose incredibili che in certi giornali, radio, tv o blog “neo – con” statunitensi si dicevano e si dicono dei democratici in generale e di Obama in particolare troverebbe una certa aria di casa …), il vero problema per le forze democratiche è quello di saper articolare una risposta sensata e credibile, sapendo che in un sistema aperto nessuno ha il monopolio del potere.

Gli scenari imperiali della fondazione del PDL danno la misura di quanto lontana sia la cultura di fondo di questa nuova formazione politica dalla logica della Costituzione del 1948 – che è l’unica vigente e che deve essere rispettata da tutti finchè non verrà legittimamente sostituita da un’altra- e di come il PD per sua natura debba pensarsi come “partito della Costituzione” senza che ciò implichi un profilo conservatore che non gli compete.

Nello stesso tempo dovrà anche pensarsi come partito dei lavoratori e dei ceti medi, ricostruendo un complesso di alleanze sociali (magari anche un blocco sociale, a sua volta), che tenga conto degli interessi di chi non ha guadagnato nulla dalla fase scellerata del turbo capitalismo, mirando a ricostruire quella coesione sociale di cui la UE paventa la perdita come effetto di lunga distanza .
Non è un lavoro facile, ma è l’unico che dia senso all’esistenza di un partito di democratici e riformisti.

martedì 3 marzo 2009

Una cultura per il Partito Democratico

Nel dibattito pubblico attuale, soprattutto dopo la grande disputa che divise giusnaturalisti e positivisti all'indomani della Seconda guerra mondiale e che vide schierati fra il 1950 ed il 1953 uomini come Carnelutti, Capograssi, Bobbio e Scarpelli, il concetto di diritto naturale sembra ormai sopravvivere solo all'interno dei sistemi filosofici e giuridici di netta matrice confessionale, più esattamente fra i cattolici.

Nello stesso tempo, i settori più avvertiti ed anche i più autorevoli della dottrina cattolica sono disponibili ad ammettere che il diritto naturale, almeno nella concezione tradizionale, è uno “strumento inefficace”, pur rimanendo “la figura argomentativa con cui la Chiesa cattolica richiama alla ragione comune nel dialogo con le società laiche e con le altre comunità di fede” (J.Ratzinger). Proprio per questo, le scuole teologiche più attive e la stessa Commissione teologica internazionale stanno lavorando intorno ad una possibile riforma del concetto di diritto naturale. Tuttavia, proprio il permanere di tale concetto come “figura argomentativa” principe fa sì che essa venga utilizzata nel discorso pubblico nella sua accezione tradizionale come elemento di sostegno alla pretesa di universalità della posizione della Chiesa cattolica sulle questioni cosiddette sensibili. Ovviamente, laddove tale elemento venisse meno, si dovrebbe ammettere che le posizioni ecclesiastiche non hanno altro fondamento argomentativo che le asserzioni di ordine dogmatico, le quali ovviamente non possono essere vincolanti per uno Stato laico ed una società multiconfessionale e multiculturale. Di ciò si rendono conto anche autorevoli voci di area cattolica, quando ad esempio nel pieno della disputa sul testamento biologico a partire dal doloroso caso di Eluana Englaro, hanno ammesso, secondo le parole di Vittorio Possenti, che “non è possibile argomentare sul piano puramente razionale la tesi della totale indisponibilità della vita umana”.

Ciò evidentemente non implica la totale irrilevanza delle convinzioni religiose rispetto al discorso pubblico, e men che meno, come pretenderebbero taluni laicisti radicali, la loro completa radiazione dal discorso pubblico stesso, pretesa che anche osservatori per nulla rispondenti a logiche confessionali – ad esempio Maurizio Viroli- giudicano “al tempo stesso velleitaria e dissennata”. Le convinzioni religiose, esattamente come quelle filosofiche ed ideologiche, permeano di sé l'insieme della persona che vi aderisce, e chiedono di essere immesse nel suo concreto agire quotidiano. La questione che si pone è quella della modalità con cui tale immissione avviene, in un contesto segnato da profonde divisioni in cui il sostrato etico condiviso della società premoderna è definitivamente lacerato, e la sua ricostruzione non può certo avvenire per via di costrizione legislativa.

In questo contesto le forze di sinistra si trovano più spiazzate rispetto a quelle di destra, le quali hanno minori remore a ricostruire un modello politico confessionale che trova la sua sintesi più compiuta nel pensiero “teo – con” nel periodo dei due mandati presidenziali di Bush jr che è stato un tentativo di enucleare un modello istituzionale “post – democratico” (secondo il titolo della nota opera di Colin Crouch) in cui la concentrazione del potere nelle mani dell' Esecutivo e quindi della figura carismatica del Presidente, rafforzata dallo stato d'emergenza e d'eccezione di una guerra potenzialmente infinita come quella al terrorismo, trova riscontro in un'accentuata presenza della religione come matrice ideologica e riferimento insieme culturale e morale, in cui il Dio degli eserciti appare l'equivalente celeste e l'ispiratore diretto del terreno Signore della guerra.

A fronte di ciò, in un quadro in cui politica e religione si strumentalizzano a vicenda, la sinistra – e, per quel che concerne lo scenario italiano un Partito Democratico che non ha fin qui trovato il tempo per un serio dibattito ideologico- non trova particolari difficoltà a convergere con i credenti sulle questioni che presentano una spiccata dimensione sociale ( pace, problemi del lavoro e dell'economia, diritti dei migranti....) trova invece un oggettivo limite in un dibattito sulle questioni eticamente sensibili, con un potenziale conflitto fra le istanze dei diritti soggetti e quelle dei “principi non negoziabili”.

Il problema è quello di andare oltre le forme tradizionali di una dialettica laici / cattolici che p perfettamente sterile nel momento in cui manca un linguaggio comune e si è consumato, come rileva Olivier Roy, un totale divorzio fra religione cristiana e cultura contemporanea e nello spazio ecclesiale non sembra esservi spazio per una “dimensione della laicità come interiorità stessa della vita cristiana”, secondo le parole dell'indimenticabile amico Pino Trotta. E tuttavia, per sfuggire alla tentazione di un' equivoca contrapposizione sui “valori” (termine fin troppo abusato) è necessario creare nuovi ponti fra le diverse istanze etiche che rifuggano dal disprezzo e dalla demonizzazione reciproca ovvero dalla pretesa che la propria etica sia l'unica vera e che gli altri siano sostanzialmente portatori di una “non etica”.

Tale percorso, che è insieme di natura ideologica e politica, non può essere eluso e nello stesso tempo non può nemmeno essere stabilito in forma aprioristica, ma deve essere ricondotto al caso specifico, esercitando su di esso da un lato le modalità dialettiche dell' agire comunicativo così care a Jurgen Habermas (non a caso interlocutore del cardinale ratzinger in quel famoso dibattito di cinque anni fa a Monaco di Baviera) ed insieme una concezione giuridica che, pur mantenendo la concezione del diritto come insieme di norme procedurali e formali, non si isoli rispetto alle esigenze di carattere etico, intese come “forme minime della protezione delle persone, delle proprietà e delle promesse”. E' chiaro tuttavia che tali esigenze etiche non possono essere il frutto né di un'esasperazione delle istanze soggettive per non dire individualistiche né delle pretese di un diritto naturale che sempre più si manifesta come un paravento di istanze di ordine confessionale.

Si tratta di un percorso difficile ma necessario e potenzialmente fecondo, che non elimina evidentemente la necessità dell'iniziativa politica quotidiana, ma la affianca e le dà senso, e per questo è ad essa coessenziale per la capacità di futuro del PD.

lunedì 2 febbraio 2009

I liberi e i forti

La retorica degli anniversari è sempre ingannevole, perché spesso ha un sapore rituale e quasi mortuario che contrasta con l’ intenzione di chi vorrebbe farne l’occasione per una riflessione approfondita sul loro significato. Peraltro, accade spesso che l’eccesso di retorica ed il cattivo uso della memoria ne bruci rapidamente il significato, lasciando che certe commemorazioni di fatti supposti indelebili vengano non dalle generazioni future ma da quelle contemporanee liquidate con un’alzata di spalle. E’il caso, ad esempio, della memoria dell’11 settembre 2001 (che peraltro aveva cancellato quella di un altro sanguinoso 11 settembre, quello del 1973, quando i militari golpisti cileni, con l’aiuto determinante del Governo statunitense, liquidarono con la violenza il Governo legittimo del Presidente Salvador Allende), che è stata in qualche modo offuscata dal pessimo uso che ne ha fatto l’Amministrazione Bush, usandola a pretesto per le sue guerre e le sue prepotenze.

Tutto ciò per dire che è comprensibile che non tutti gli anniversari vengano celebrati allo stesso modo, ma che spesso alcuni di essi vengono dimenticati perché il significato che assumono è distorto rispetto alla realtà a cui rimandano.

Qualcosa del genere sembra essere accaduto con l’anniversario della costituzione del Partito Popolare Italiano avvenuta il 19 gennaio 1919, novant’anni fa, solo due mesi dopo la fine della Prima guerra mondiale, e che lo storico liberale Federico Chabod valutò come il fatto più notevole del Ventesimo secolo. In effetti ben pochi hanno commentato tale evento, se si escludono alcuni interventi di maniera dei tanti partitini che si richiamano all’eredità democratico – cristiana, dall’ UDC in giù.

Eppure, al di là delle molte contraddizioni che accompagnarono la breve vita del PPI, in particolare quella dei rapporti con il fascismo ( la semplice lettura delle firme dell’appello costitutivo “Ai liberi e ai forti” vede l’uno accanto all’altro futuri collaboratori e addirittura ministri di Mussolini come Stefano Cavazzoni, Giovanni Grosoli e Carlo Santucci insieme a persone che sarebbero state perseguitate dal fascismo come il futuro fondatore delle ACLI Achille Grandi e ovviamente don Luigi Sturzo), si può ben dire che la rilettura di quel testo, che essenzialmente era farina del sacco del prete calatino, contenga degli spunti validi ancora oggi.

In primo luogo il riferimento alla politica estera, inevitabile mentre erano ancora in corso le trattative di pace dopo una guerra che aveva sconvolto il consolidato assetto istituzionale europeo, con il rigetto degli “imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse”, con l’evocazione di un’autorità sovranazionale che “affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose”. In queste righe si trovano in pieno l’adesione agli ideali wilsoniani (e, prima ancora, del Pontefice allora regnante Benedetto XV) per un’autorità sopranazionale quale la Società delle Nazioni saranno solo parzialmente e l’ ONU prova con molta difficoltà ad essere.

La seconda, ovviamente, è la suggestione di uno “Stato veramente popolare che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali ( … ) che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”, e a tal fine chiedeva un radicale cambiamento del rapporto fra Stato e cittadini, il suffragio universale allargato alle donne, il decentramento regionale e la riforma dei Comuni e delle Province.

In campo economico e sociale veniva rivendicata la riforma previdenziale e assistenziale (che di fatto voleva dire una generalizzata costruzione di quello che successivamente sarebbe stato chiamato un sistema di welfare nel nostro Paese) , quella della legislazione del lavoro (in senso più favorevole ai lavoratori, non a loro detrimento come fanno certi “riformisti” attuali) , l’affrontamento serio della questione meridionale e più in generale la riduzione delle disparità di classe così radicate e tanto più intollerabili nel momento in cui le masse, con la guerra,avevano fatto irruzione sulla scena politica e sociale, e la grandiosa prospettiva evocata dalla Rivoluzione di Ottobre in Russia, poco più di un anno prima, appariva ben più che una semplice minaccia.

Mi pare che l’elemento più rilevante sia essenzialmente questo: l’intento riformista del PPI non nasce da dichiarazioni di intenti e carte dei principi che nessuno legge, e neppure da una rivendicazione tanto chiassosa quanto inconsistente e un po’ ipocrita della propria ispirazione cristiana, ma da una serie di obiettivi, di riforme concrete da realizzare in tempi diversi ma tali da comporre un chiaro orizzonte programmatico su cui raccogliere il consenso.

Un promemoria per i riformisti ed i democratici di oggi, se avranno tempo e soprattutto voglia di imparare.

sabato 3 gennaio 2009

Ai tempi di Papa Giovanni

L'annuncio della convocazione di quello che poi fu il Concilio ecumenico Vaticano II arrivò a sorpresa il 25 gennaio 1959, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la festa della conversione di San Paolo, e proprio nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura si trovava il Papa Giovanni XXIII quando diede al mondo quell'annuncio sconvolgente. Sconvolgente, potremmo dire, in primo luogo per chi aveva voluto e favorito qualche mese prima l'ascesa al soglio pontificio dell' ormai anziano (78 anni) Patriarca di Venezia considerandolo come una figura di transizione di non spiccata personalità.

La convocazione di un nuovo Concilio appariva in sé un fatto traumatico perchè agli occhi di molta teologia ufficiale cattolica – ormai ridotta alla verbosa ripetizione di testi venerandi e aliena da ogni forma di ricerca seria, anche in memoria della feroce repressione contro il cosiddetto modernismo avvenuta all'inizio del XX secolo- il Concilio Vaticano I conclusosi anzitempo nel 1870 per la pressione delle armi italiane che avevano posto fine al potere temporale della Chiesa, aveva completato l'opera del Concilio di Trento definendo il quadro dogmatico di che cosa fosse o non fosse conforme alla retta dottrina cattolica ponendovi il sigillo della definizione dell'infallibilità pontifica, pure a suo tempo oggetto di forti contrasti fra i teologi e gli stessi Vescovi (e se è vero che a votare contro tale definizione dogmatica furono pochi Padri, è altrettanto vero che numerosi altri avevano lasciato Roma per non dover votare un testo che li lasciava alquanto perplessi), al punto che essa poté passare nell'opinione pubblica solo grazie alle interpretazioni che ne circoscrivevano rigorosamente la portata come quella operata dal futuro cardinale Newman nella Lettera al duca di Norfolk.

Dunque, ci si chiedeva, di che cosa si poteva parlare in un nuovo Concilio? Quali dogmi definire, quali errori condannare, quali rette interpretazioni accettare e quali altre respingere?

L'intento di Papa Giovanni apparve chiaro fin dall'inizio: egli pensava ad un Concilio che avesse natura, come si disse poi, pastorale, solo che nella sua mente questo aggettivo non ha nulla della valenza limitativa ed in qualche modo liquidatoria che viene abitualmente intesa da coloro che lo usano con larghezza. Nell'accezione di costoro il Vaticano II si porrebbe un gradino al di sotto degli altri venti Concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica – ed in particolare di quello Tridentino e del Vaticano I – proprio perchè da esso non è scaturito alcun dogma.

Al contrario, nella volontà di Papa Giovanni e di coloro che rettamente secondarono e poi proseguirono la sua opera, la pastoralità del Concilio mirava essenzialmente a rimuovere dal volto visibile della Chiesa quegli strati di vecchiume di matrice umana e non divina che potevano offuscarne la percezione da parte degli uomini, di uomini che, passati attraverso la temperie di due dure e sconvolgenti guerre mondiali, attratti da teorie politiche e da modelli culturali che mettevano fra parentesi se non negavano in radice la dimensione della trascendenza ed affermavano la possibilità di un riscatto dell'uomo unicamente in una prospettiva secolare.

A fronte di ciò la Chiesa aveva reagito con ritardo e solo secondo le due sperimentate categorie della riprovazione moralistica e dell'anatema dottrinale, che però sempre più apparivano come armi spuntate nel momento in cui, a fronte della grande sfida rappresentata dal socialismo reale (non più dalle dottrine di Marx, ma da un monolitico sistema incentrato su di una Nazione guida a capo della quale vi erano uomini che si chiedevano beffardamente quante divisioni avesse il Papa), ci si trovava ad essere alleati con un altro sistema estraneo al pensiero cattolico, quell' “americanismo” che già aveva suscitato le preoccupazioni di Leone XIII e che di fatto si sarebbe rivelato assai più devastante del nemico dichiarato nell'erosione di quel sostrato etico generale di cui la Chiesa si faceva tutrice, influenzando non poco la crescente secolarizzazione dei costumi e delle credenze.

A questa duplice sfida Papa Giovanni rispondeva rifiutando ogni pessimismo e cercando di spostare in avanti, in spirito autenticamente evangelico, le prospettive della Chiesa (ovvero delle persone concrete che nella fede della Chiesa vivono) con l' esortazione a respingere le parole dei “profeti di sventura” e con la certificazione del fatto che il messaggio evangelico, certo, non cambia, ma la percezione che i credenti ne hanno può migliorare ed approfondirsi nel tempo secondo le esigenze concrete degli uomini cui la Parola di Dio è rivolta.

Non è qui questione di approfondire un esame storiografico della vicenda conciliare, a cui hanno lavorato illustri storici a partire dal maggiore di tutti, Giuseppe Alberigo, la cui opera è proseguita degnamente da Alberto Melloni e dagli altri studiosi dell' Istituto di scienze religiose (ora Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII) nato in Bologna per volontà di Giuseppe Dossetti. Piuttosto occorre, come dice uno degli ultimi Padri conciliari italiani viventi, mons. Luigi Bettazzi (allora Vescovo ausiliare di Bologna e massimo collaboratore, insieme a Dossetti, del card. Giacomo Lercaro , che del Concilio fu uno dei principali protagonisti), “difendere il Concilio”, ovvero difendere quella ispirazione originaria, quell'atto di fiducia nel Vangelo e nella sua forza di farsi strada per vie impreviste nel cuore dell'uomo che fu alla base del gesto coraggioso di Papa Giovanni.

Al fondo, è una scommessa anche per i cristiani di oggi.

martedì 2 dicembre 2008

Change and hope

L'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d'America è stata accompagnata dalle parole “cambiamento” e “speranza” che sono risuonate praticamente in tutte le lingue e a tutte le latitudini del mondo. In effetti, il cambiamento c'è stato, ed è ragionevole la speranza che tale cambiamento sia per il meglio.

L'elezione di un uomo di colore alla Casa Bianca, che solo venti o trent'anni fa sarebbe sembrata impossibile (ricordiamo ancora con simpatia la corsa di Jesse Jackson alle primarie democratiche del 1988, ed è significativo che uno dei fotogrammi più diffusi del discorso di ringraziamento di Obama sia stato quello del vecchio Jackson piangente fra la folla, destinato a diventare famoso più o meno come quello di lui che, quarant'anni prima, reggeva la testa di Martin Luther King dopo che il cecchino l'aveva mortalmente colpito), e se l'elemento razziale è quello più clamoroso, non meno importante è il fatto della vittoria di un uomo di quarantasette anni, che ha sconfitto il vecchio guerriero Mc Cain dopo aver sconfitto una macchina di partito, il suo, che gli preferiva di gran lunga Hillary Clinton.

In un colpo solo, si potrebbe dire, votando per Obama gli elettori statunitensi hanno pensionato due classi dirigenti, quella repubblicana che ha pagato gli errori criminali di Bush e del suo staff di affaristi clericali, e quella democratica che deve ormai proiettarsi oltre l'era Clinton, come negli anni Novanta dovette proiettarsi oltre quella dei Kennedy e negli anni Sessanta oltre quella rooseveltiana.

Ovviamente, a vedere le prime nomine di Obama fra cui quella della stessa Hillary al Dipartimento di Stato, ciò non significa il pensionamento di tutti coloro che servirono le due amministrazioni Clinton , ma piuttosto che il nuovo Presidente, con grande pragmatismo, intende servirsi di uomini vecchi ed uomini nuovi per metterli al servizio di un progetto che è il suo e in cui lui, come ha spiegato alla stampa, intende fungere ad un tempo da capo e da garante del rinnovamento.

A favore di Obama hanno giocato molti elementi: il primo, ovviamente, è la grave crisi economica, interamente imputabile alla folle politica di deficit di bilancio e di taglio delle tasse agli strati più ricchi della società di cui l'Amministrazione di George W. Bush porta per intero la responsabilità. In effetti Mc Cain aveva più volte preso le distanze dalla gestione della Casa Bianca, ed è noto che la dirigenza repubblicana aveva pregato il Presidente ed i suoi più stretti collaboratori di non partecipare in alcun modo alla fase finale della campagna elettorale. Tuttavia, il fatto che i danni siano stati compiuti da un'Amministrazione repubblicana in presenza di un Congresso che fino a due anni fa era stato anch'esso a maggioranza repubblicana non poteva non pesare sul giudizio della pubblica opinione, con risultati devastanti non solo sulle elezioni presidenziali, ma anche su quelle per i due rami del Congresso, ormai saldamente in mano al partito dell'asinello.

La crisi economica è stata tanto grave e tanto incidente sul tenore di vita dell'americano medio da mettere in secondo ordine la questione razziale – il vero muro invisibile che divide la società USA, secondo l'analisi del Premio Nobel per l'Economia Paul Krugman- dove peraltro Obama aveva una carta di più da giocare, ossia il fatto di essere un afroamericano nel senso proprio, il figlio di un keniota e di una cittadina statunitense dalla pelle bianca, non comunque un figlio del ghetto e della schiavitù come i Jackson, gli Sharpton e gli altri attivisti per i diritti civili che sono visti con diffidenza da ampi settori dell'opinione pubblica. Non è un caso peraltro che questo particolare ceto politico abbia a sua volta considerato con freddezza la candidatura di Obama, schierandosi, Jackson in testa, con la Clinton perché più rappresentativa di quell' establishment democratico cui anch'essi appartengono.

Il terzo elemento che ha giocato a favore di Obama è stato l'attenuarsi del fenomeno dei cosiddetti value voters, ovvero di quegli elettori del ceto medio – basso che, pur avendo pochi motivi di votare un partito così marcatamente schierato a favore degli interessi dei ricchi come il Partito repubblicano, avevano tuttavia contribuito alla vittoria di Bush nel 2000 e soprattutto nel 2004 in ragione di appartenenza religiosa e di primazia dei cosiddetti “valori” (quelli soprattutto legati all'etica sessuale come l'aborto o le unioni fra persone dello stesso sesso) mobilitati dai predicatori televisivi dell'evangelismo radicale (abilissimi a mischiare nei loro sermoni odio razziale e religioso, affarismo e devozione politica) e anche da alcuni settori della destra cattolica meno sensibili alle questioni sociali ed abbacinati dall'idea così cara ai “neo -con” di un nuovo secolo di dominazione imperiale americana basata su di un'unione fra Trono ed Altare in cui non si capisce chi strumentalizzi chi. Anche questo per certi versi è un prodotto della crisi economica, e se ha ragione Giancarlo Bosetti nell'affermare che Obama è stato abile a riprendere in mano il discorso religioso facendo capire come esso sia declinabile anche sul versante progressista, è probabilmente più nel giusto il già citato Krugman quando afferma che quella della religione e dei “valori” (un termine che andrebbe bandito dal lessico politico) è un' “arma di distrazione di massa” di cui la destra si serve per far dimenticare la miseria della sua politica economica e sociale : di morale sessuale e della difesa dell' Occidente, si direbbe, si può parlare solo a pancia piena, quando il piatto piange si pensa a cose più urgenti, per non dire più serie....

Su questa strada, come si è visto, Obama ha ricondotto all'ovile democratico anche la maggioranza dell'elettorato cattolico, nonostante l'atteggiamento negativo di alcuni settori dell'episcopato (ma va detto che il clima interno al cattolicesimo statunitense è assai più libero ed aperto di quello italiano).

Ora, che ne sarà di questa speranza? Un errore credo sia da evitare subito: Obama non è stato eletto per sanare le piaghe dell'Africa, far cessare la guerra in Medio Oriente, nutrire il Bangladesh o ridare unità ad un' Europa che l'ha perduta da tempo. E nemmeno, tanto per esser chiari, per dar la carica al PD italiano. Obama è stato eletto dai cittadini statunitensi per risolvere la più grave crisi economica e di credibilità internazionale che abbia colpito gli USA nel corso degli ultimi decenni, e a ciò evidentemente si orienterà la sua azione.

La sua vittoria potrà certo portare cambiamenti positivi anche nel resto del mondo, ma questo potrà avvenire solo a condizione che le leadership internazionali siano in grado di accompagnare questo processo superando gli antagonismi ed i misoneismi del passato recente.