La fine della lunga stagione democristiana era stata vissuta in non pochi ambienti cattolici come un'occasione di chiarificazione, o addirittura come una sorta di disgelo all'indomani dell'irrigidimento dei fronti culturali e politici determinato dalla guerra fredda e dalla dialettica pietrificata fra DC e PCI che riassumeva in sé le contraddizioni di un Paese in cui il lato destro dello schieramento politico era occupato da un partito la cui classe dirigente non si sentiva (e non era) di destra né conservatrice, e quello sinistro da un partito che si dichiarava comunista, che manteneva dei legami se non altro sentimentali con le dittature orientali e che tuttavia governava con una prassi schiettamente riformista, e perfino socialdemocratica, nei territori dove gli era permesso di governare. Di alternanza al Governo del Paese non se ne parlava, perchè le condizioni interne e soprattutto quelle internazionali non lo permettevano: si trattava di un meccanismo consolidato, ed il cadavere di Aldo Moro, come qualche anno prima le bombe da piazza Fontana in poi, servivano da monito agli sconsiderati che volessero metterlo in discussione.
Il venir meno di quei vincoli interni, se restituiva all' Italia una sua parziale autonomia sui propri destini politici, nello stesso tempo coglieva impreparati molti, compresi coloro che più di ogni altro avrebbero dovuto esserne i più rapidi a coglierne i frutti.
Questo vale in particolare per quell'area culturale e politica interna al mondo cattolico dai confini spesso incerti e che si è variamente definita nel corso degli anni (“conciliare”, “montiniana”...) e che generalmente viene ad inserirsi nel filone che si conviene di chiamare del “cattolicesimo democratico”, spesso coniugato con quello non interamente coincidente del “cattolicesimo sociale” (poiché vi furono molte figure di credenti che avevano una sincera attenzione per la dinamica sociale ma erano anche schiettamente reazionarie in politica e premoderne in cultura). Un filone che risale addirittura alla Rivoluzione francese, e a quegli spericolati sacerdoti e laici che pensavano possibile, fra ghigliottine e fulmini pontifici, che fosse possibile essere per l'appunto insieme cattolici e democratici, che continua in modo discontinuo fra l'aspirazione all' unità nazionale e alla conciliazione fra la Chiesa e lo Stato degli “usurpatori” sabaudi, ed insieme alla denuncia sociale delle disparità di classe attraverso la pratica sociale del mutuo soccorso e della cooperazione rurale che apre alla strada alla prima codificazione della Dottrina sociale della Chiesa da parte di Leone XIII per poi essere sistematizzata in una forma di pensiero organico da Sturzo, applicata concretamente da De Gasperi dopo la bufera fascista, reinventata da Dossetti e Lazzati che la intrecciano con il percorso della riforma ecclesiale che si concretizza nel Concilio Vaticano II, e che dà il tono alle grandi stagioni del riformismo possibile nelle condizioni date dalla Prima Repubblica. Un pensiero politico che si definisce in primo luogo attraverso la categoria del limite come interno alla visione della politica stessa. L'accettazione della convinzione che la politica non produce salvezza. Che principi e valori la animano sul territorio, e nelle coscienze di quelli che un tempo si chiamavano “militanti”, ma che principi e valori – tutti- non possono essere direttamente versati nelle decisioni della politica e neppure nella legislazione di un Parlamento.
Ecco, una cultura politica di questo tipo avrebbe ben potuto candidarsi ad un ruolo guida nel passaggio di fase che di fatto segnava il definitivo venir meno delle culture legate agli assoluti per il ritorno ad una politica “mite” e “temperata”, secondo le indicazioni sturziane. E invece no, anzi in qualche modo quella cultura andò in crisi forse per il suo eccesso di intrinsecità con le forme politiche del primo cinquantennio repubblicano: accadde così che quanti, pur rimanendo in quello spazio culturale, si erano assai spinti a sinistra in politica, furono fra i più reticenti a seguire Occhetto nella chiusura dell'esperienza politica del PCI, pur avendo davanti a sé la prova provata del concreto fallimento di tutte le esperienze politiche del socialismo reale.
Per quelli, ed erano la maggioranza, che ancora erano più o meno direttamente legati all'esperienza democristiana vi fu invece una forte difficoltà ad accedere all'idea del passaggio da una democrazia consociativa e proporzionalistica ad una di tipo maggioritario e bipolare, forse nel timore che tale passaggio avrebbe in qualche modo costretto la DC a precisare il proprio ruolo rispetto ad uno dei due poli del nuovo assetto politico, riducendo lo spazio di manovra di una cultura politica che era sempre stata minoritaria ma capace di condizionare in momenti significativi la storia del Paese, almeno dalla fase degasperiana fino alla fine della Segreteria De Mita.
Proprio tale incertezza nell'affrontare una nuova fase, unitamente al vero e proprio killeraggio svoltosi contro il cattolicesimo democratico da parte di settori ecclesiali intenti ad affermare un nuovo modello di rapporto fra fede, cultura e politica, ha condotto gli epigoni di quella grande stagione all'attuale situazione di dispersione e di disincanto che, se non ha azzerato le capacità di ricerca e di riflessione dei loro migliori esponenti (pur penalizzati dalla scomparsa in rapida successione di personalità del calibro di Scoppola, Alberigo, Ardigò, Giuntella, Elia ...), li ha certo esposti in modo progressivo a due rischi che possono essere letali non solo per una corrente ma per l'intera comunità ecclesiale e civile italiana che verrebbe depauperata di una delle sue componenti fondamentali.
Il primo rischio è quello che potremmo chiamare della mancanza del popolo. La forza tradizionale del cattolicesimo democratico, nella sua versione intellettuale e politica, stava nel fatto di essere interno (anzi per certi versi di avere la leadership) di una realtà popolare diffusa, assumendone le problematiche e cercando di interpretarle in modo originale e creativo. La secolarizzazione, l'emergere di nuove ed aggressive forme di integrismo militante, la pervasiva forza insieme burocratica e politica del “progetto culturale” ruiniano, e peraltro anche una certa tendenza pur involontaria all'elitismo intellettuale hanno progressivamente estraniato l'establishment del cattolicesimo democratico da questa dimensione popolare, riducendone spesso le linee di ricerca culturale, pur pregevoli (fra le quali spicca in particolare, fra gli ultimi prodotti, il Progetto Camaldoli curato del Movimento ecclesiale di impegno culturale, i laureati cattolici) a monologhi nel vuoto. E' del tutto evidente che ogni proposta di tipo riformatore, se viene concepita in assenza del soggetto collettivo che dovrebbe farsene portatore, risulta in ultima analisi priva di fondamento, astratta, limitata alla radice dalla sua incapacità di interagire con la realtà concreta delle persone, le quali sono soprattutto alla ricerca di risposte ai loro problemi che, senza mettere fra parentesi la complessità come fanno i demagoghi e gli integristi di ogni tipo, possano però essere spendibili nel terreno della dinamica politica e sociale.
A questo primo rischio è connesso il secondo, che è più intrinseco alla radice ecclesiale del cattolicesimo democratico. E' fuor di dubbio che la cultura cattolico democratica sia stata quella che più direttamente ha contribuito a preparare, seguire e curare l'applicazione del Vaticano II nel nostro Paese. La stessa figura di Dossetti, ad un tempo padre costituente della nostra Repubblica e perito conciliare di punta accanto al cardinale Lercaro, sta a significare una linea comune fra riforma politico-sociale e riforma ecclesiale che peraltro è stata comune a tutti i grandi spiriti che, con alterne vicende, hanno in qualche modo aperto la strada alla riforma ecclesiale del XX secolo, come testimoniato da un recente volume edito da Qiqajon, la casa editrice del monastero di Bose, che raccoglie i testi più significativi di “precursori” quali Murri e Mazzolari.
L'opacizzarsi progressivo di quella stagione di grandi speranze, l'evidente propensione dell'establishment ecclesiastico per i nuovi movimenti “carismatici” privi di agganci diretti con la stagione conciliare o magari anche in velata polemica con essa, se non altro per esigenze di visibilità e potere, la concezione dell' “ermeneutica della riforma” del Concilio nel senso spesso corrente della parola “riforma”, ossia come arretramento e non come spinta propulsiva, hanno messo in crisi questa impostazione, rendendo incerto anche il cammino della realtà associative tradizionali, e impedendo l'emergere di un' opinione pubblica e di un vero protagonismo laicale all'interno di una comunità ecclesiale oscillante fra indifferenza e conformismo.
Il cattolicesimo democratico, che ha un'autentica vocazione riformista e quindi aliena da gesti di rottura tanto clamorosi quanto inutili (che ne è stato, in definitiva, del dissenso ecclesiale degli anni Sessanta e Settanta in termini di fecondità di proposta di fede e di vita all'interno della comunità ecclesiale ?) si trova quindi, e lo ha dimostrato la vicenda dell “Appello” stilato da Alberigo ed altri contro le pressioni della CEI sui politici credenti nel febbraio 2007, su di un crinale molto difficile, stretto fra la compressione degli spazi di autonomia del laicato e la difficoltà a dar ragione di una tradizione culturale fortemente connotata in uno scenario culturale ed antropologico fortemente mutato.
Resta il fatto che solo dalla capacità di custodire e far fruttare il seme di questo filone culturale, che per originalità e capacità creativa è stato probabilmente il miglior prodotto della Chiesa italiana nel XX secolo, sarà possibile ipotizzare la ripresa di un cammino della presenza dei credenti nella società italiana che non si perda nella impossibile nostalgia di un passato glorioso (per quanto abbastanza idealizzato) ma che possa dare nuovamente un contributo originale alla crescita complessiva di una società sempre più ripiegata su se stessa.
giovedì 5 novembre 2009
giovedì 1 ottobre 2009
La dottrina Obama
La novità dell'arrivo di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti, al di là della di per sé sconvolgente novità indotta dalla , per così dire, discontinuità razziale, si misura come è ovvio non solo nell'ammirazione della retorica del nuovo Presidente, che peraltro è stato uno degli elementi cardine della sua vittoria insieme alla somma dei fallimenti repubblicani in politica interna ed estera e alla inaudita gravità della crisi economica, ma sulla sua capacità di agire sulle questioni emergenti nell'agenda interna ed internazionale.
Nel primo caso il Presidente si ritrova impegnato in un duro braccio di ferro che già vide coinvolto Bill Clinton (e signora) sulla questione dell'obbligatorietà dell'assicurazione medica universale. Per quanto possa sembrare strano, il principio dell'universalità della copertura dei servizi medici di base per tutti i cittadini, che in Europa è pacifico ed assodato, negli USA può suonare ostico ad orecchie abituate alla diffidenza nei confronti dello Stato, rendendo così comprensibile l'altrimenti incongrua accusa di “socialismo” che gli avversari della riforma lanciano contro Obama. Naturalmente le ragioni sono ben altre, ed hanno soprattutto a che fare con i vasti interessi delle assicurazioni private che si troverebbero messe all'angolo in un mercato di cui sin qui sono state padrone assolute, ben sostenute dalle loro lobby congressuali riccamente foraggiate e anche dai cascami di un certo fondamentalismo religioso (ahimè, anche di matrice cattolica) che addirittura sospetta la riforma di voler generalizzare la pratica dell'aborto ed anche quella dell'eutanasia.
Ma un banco di prova altrettanto difficile per Obama è quello internazionale, dove egli eredita la parte forse più disastrosa degli anni di Bush jr, la dottrina malefica del diritto/dovere degli USA di farsi agenti universali della lotta contro il Male rivestita di panni teologici ed ideologici laddove si tratta semplicemente della battaglia disperata per mantenere sotto controllo occidentale, e statunitense in particolare, le principali fonti di approvvigionamento energetico, il petrolio in primis (e non è un caso che a sostenere questa tesi fosse un Presidente discendente da una dinastia di petrolieri e circondato da altri esponenti della lobby dell'oro nero).
Nel suo recente discorso alle Nazioni Unite Obama ha incominciato a demolire quietamente questa baracca di imposture a copertura di pesanti interessi materiali ricordando che, se gli Stati Uniti sono giustamente ben determinati a difendere l'integrità del loro territorio e dei loro cittadini, nello stesso tempo non desiderano in alcun modo interferire nelle vicende altrui, né (e questo è un passaggio cruciale) procedere all'esportazione forzosa della democrazia – beninteso il modello occidentale di democrazia- in altri Paesi contro la volontà di coloro che vi abitano. Nello stesso tempo, quasi a marcare meglio le distanze, in altre dichiarazioni ed interviste il Presidente ha messo in chiaro che gli USA non rimarranno in Afghanistan a tempo indeterminato, e che la strategia d'uscita dovrà essere concordata con tutte le parti interessate, comprese le frazioni più ragionevoli del deposto regime talebano; a tale proposito - come a dire: “a buon intenditor...” - Obama ha anche rilevato che i pesanti brogli e le irregolarità che hanno contrassegnato le elezioni presidenziali afghane non sono passati inosservati a Washington e che ciò inevitabilmente indebolisce la posizione di Hamid Karzai, il quale per conseguenza non potrà più pensare di governare il Paese unicamente con l'appoggio del suo famelico clan.
Altrettanto importante è l'asserzione di Obama per cui nuovi insediamenti di colonie ebraiche in territorio palestinese, sotto la protezione del governo di Israele, non saranno più tollerate: per la prima volta, dopo anni di supina acquiescenza a quella “lobby israeliana” così ben analizzata da John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt in un libro che ha prodotto feroci discussioni negli USA e quasi nessun eco in Italia, un politico statunitense di vaglia – il Presidente in carica, nientemeno !- ha affermato la volontà di affrancarsi da quello che non era nemmeno più uno stretto legame di alleanza e di amicizia, ma una sorta di contratto capestro con cui il Governo statunitense si impegnava ad avallare ogni atto di quello israeliano, compresi i più brutali e dissennati come la guerra libanese del 2006 e l'invasione di Gaza del dicembre/gennaio scorsi. Un contratto da cui gli USA non ricavavano nulla, in termini politici, salvo un crescente odio e disprezzo da parte delle masse arabe.
In questo senso si spiega anche l'atteggiamento nei confronti del Governo iraniano -promosso involontariamente da Bush al rango di potenza locale di primo piano con la liquidazione del regime di Saddam Hussein- che alla ferma ammonizione a non portare a termine il programma di costruzione della bomba atomica unisce la volontà di riallacciare i rapporti ormai interrotti da circa trent'anni e la disponibilità a coinvolgere la Repubblica islamica nei processi di pacificazione dell'Iraq e dell'Afghanistan.
Quello di Obama non è un idealismo disarmato ed ingenuo: al contrario è la realistica percezione del fatto che il mondo può essere governato solo con uno sforzo comune e policentrico di tutti i soggetti interessati, cadute le grandi divisioni ideologiche, a cercare la strada migliore per combattere le grandi battaglie del disarmo , della lotta alla fame nel mondo e alle pandemie. Ma un simile progetto per riuscire ha bisogno di una sponda in tutte queste potenze locali, ed in particolare in Europa, il gigante economico che è rimasto un nano in politica. Forse sarebbe il momento di crearla questa sponda, e questo dovrebbe essere l'impegno dei democratici e dei progressisti europei.
Nel primo caso il Presidente si ritrova impegnato in un duro braccio di ferro che già vide coinvolto Bill Clinton (e signora) sulla questione dell'obbligatorietà dell'assicurazione medica universale. Per quanto possa sembrare strano, il principio dell'universalità della copertura dei servizi medici di base per tutti i cittadini, che in Europa è pacifico ed assodato, negli USA può suonare ostico ad orecchie abituate alla diffidenza nei confronti dello Stato, rendendo così comprensibile l'altrimenti incongrua accusa di “socialismo” che gli avversari della riforma lanciano contro Obama. Naturalmente le ragioni sono ben altre, ed hanno soprattutto a che fare con i vasti interessi delle assicurazioni private che si troverebbero messe all'angolo in un mercato di cui sin qui sono state padrone assolute, ben sostenute dalle loro lobby congressuali riccamente foraggiate e anche dai cascami di un certo fondamentalismo religioso (ahimè, anche di matrice cattolica) che addirittura sospetta la riforma di voler generalizzare la pratica dell'aborto ed anche quella dell'eutanasia.
Ma un banco di prova altrettanto difficile per Obama è quello internazionale, dove egli eredita la parte forse più disastrosa degli anni di Bush jr, la dottrina malefica del diritto/dovere degli USA di farsi agenti universali della lotta contro il Male rivestita di panni teologici ed ideologici laddove si tratta semplicemente della battaglia disperata per mantenere sotto controllo occidentale, e statunitense in particolare, le principali fonti di approvvigionamento energetico, il petrolio in primis (e non è un caso che a sostenere questa tesi fosse un Presidente discendente da una dinastia di petrolieri e circondato da altri esponenti della lobby dell'oro nero).
Nel suo recente discorso alle Nazioni Unite Obama ha incominciato a demolire quietamente questa baracca di imposture a copertura di pesanti interessi materiali ricordando che, se gli Stati Uniti sono giustamente ben determinati a difendere l'integrità del loro territorio e dei loro cittadini, nello stesso tempo non desiderano in alcun modo interferire nelle vicende altrui, né (e questo è un passaggio cruciale) procedere all'esportazione forzosa della democrazia – beninteso il modello occidentale di democrazia- in altri Paesi contro la volontà di coloro che vi abitano. Nello stesso tempo, quasi a marcare meglio le distanze, in altre dichiarazioni ed interviste il Presidente ha messo in chiaro che gli USA non rimarranno in Afghanistan a tempo indeterminato, e che la strategia d'uscita dovrà essere concordata con tutte le parti interessate, comprese le frazioni più ragionevoli del deposto regime talebano; a tale proposito - come a dire: “a buon intenditor...” - Obama ha anche rilevato che i pesanti brogli e le irregolarità che hanno contrassegnato le elezioni presidenziali afghane non sono passati inosservati a Washington e che ciò inevitabilmente indebolisce la posizione di Hamid Karzai, il quale per conseguenza non potrà più pensare di governare il Paese unicamente con l'appoggio del suo famelico clan.
Altrettanto importante è l'asserzione di Obama per cui nuovi insediamenti di colonie ebraiche in territorio palestinese, sotto la protezione del governo di Israele, non saranno più tollerate: per la prima volta, dopo anni di supina acquiescenza a quella “lobby israeliana” così ben analizzata da John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt in un libro che ha prodotto feroci discussioni negli USA e quasi nessun eco in Italia, un politico statunitense di vaglia – il Presidente in carica, nientemeno !- ha affermato la volontà di affrancarsi da quello che non era nemmeno più uno stretto legame di alleanza e di amicizia, ma una sorta di contratto capestro con cui il Governo statunitense si impegnava ad avallare ogni atto di quello israeliano, compresi i più brutali e dissennati come la guerra libanese del 2006 e l'invasione di Gaza del dicembre/gennaio scorsi. Un contratto da cui gli USA non ricavavano nulla, in termini politici, salvo un crescente odio e disprezzo da parte delle masse arabe.
In questo senso si spiega anche l'atteggiamento nei confronti del Governo iraniano -promosso involontariamente da Bush al rango di potenza locale di primo piano con la liquidazione del regime di Saddam Hussein- che alla ferma ammonizione a non portare a termine il programma di costruzione della bomba atomica unisce la volontà di riallacciare i rapporti ormai interrotti da circa trent'anni e la disponibilità a coinvolgere la Repubblica islamica nei processi di pacificazione dell'Iraq e dell'Afghanistan.
Quello di Obama non è un idealismo disarmato ed ingenuo: al contrario è la realistica percezione del fatto che il mondo può essere governato solo con uno sforzo comune e policentrico di tutti i soggetti interessati, cadute le grandi divisioni ideologiche, a cercare la strada migliore per combattere le grandi battaglie del disarmo , della lotta alla fame nel mondo e alle pandemie. Ma un simile progetto per riuscire ha bisogno di una sponda in tutte queste potenze locali, ed in particolare in Europa, il gigante economico che è rimasto un nano in politica. Forse sarebbe il momento di crearla questa sponda, e questo dovrebbe essere l'impegno dei democratici e dei progressisti europei.
mercoledì 2 settembre 2009
Teddy & his brothers
Logicamente parlando, la fascinazione che il clan dei Kennedy ha esercitato su gran parte dell’opinione pubblica statunitense ed occidentale, in particolare nell’area progressista e democratica, appare a prima vista poco comprensibile. Una famiglia di ricchi, con una ricchezza originata da un discutibile pater familias (lo diceva già il vecchio Presidente Truman: “il problema con i Kennedy non è il Papa, ma il papà”) con metodi ancor più discutibili, la tendenza sistematica a violare le regole o a reinventarsele a proprio uso e consumo, la disinvoltura nell’approccio alla politica, la pretesa di giocare sempre e comunque per vincere mettendo il risultato al di sopra di ogni altra cosa, etica compresa…Si aggiunga anche una certa mancanza di linearità nelle idee politiche di fondo, se si considerano le simpatie filofasciste del vecchio patriarca Joseph, ambasciatore a Londra da dove fu richiamato a seguito delle energiche proteste di Churchill con Roosevelt, che si rispecchiavano nei primi articoli di analisi politica del giovane John, o la partecipazione di Bob alle paranoiche inchieste sulle “attività antiamericane” condotte da Joe Mc Carthy.
In Ted Kennedy, scomparso pochi giorni fa, queste caratteristiche erano ancora più evidenti, non solo per la propensione alla bottiglia e alle avventure femminili, ma anche per l’imperdonabile vicenda di Chappaquiddick, con la segretaria lasciata ad annegare dopo una notte ad alta gradazione alcolica.
Nello stesso tempo, forse a partire dalla campagna presidenziale di JFK nel 1960, si ebbe la percezione che proprio un clan così improbabile potesse diventare la speranza di milioni di persone nelle élite come nel popolo, e ben oltre i confini degli USA. Probabilmente la campagna elettorale di John Kennedy – che non si concluse con una vittoria netta ma in un serrato testa a testa con lo sfidante repubblicano, il Vicepresidente uscente Richard Nixon- fu la prima campagna multimediatica dei tempi moderni, giocata sulla capacità comunicativa di un candidato che non perdeva tempo a confutare le idee degli avversari, ma affermava le proprie affidandosi al contatto diretto con i cittadini oltre il chiacchiericcio della politica politicante. A ciò si aggiunga il vento di novità e di freschezza che veniva dalla scelta di un uomo giovane, con un rispettabile curriculum culturale e bellico ( i Kennedy avevano del resto pagato un tributo di sangue alla Seconda guerra mondiale con la morte del fratello maggiore Joseph jr, ufficiale dell'Aeronautica), con una carica idealistica non simulata, o perlomeno non del tutto, e con in più la capacità di impattare le grandi attese del mondo e dell'America, come la questione razziale o la volontà di chiudere la fase più aspra della guerra fredda. E poi, la sfida ulteriore di dimostrare che anche un cattolico poteva onorevolmente servire come Presidente degli Stati Uniti. Volendo considerare la questione dal punto di vista generazionale (nel 1960 avevo ventuno anni) per noi giovani cattolici democratici di quel tempo in Italia la scelta di Kennedy era in qualche modo complementare alla tanto attesa svolta del centrosinistra con cui, pensavamo, saremmo stati capaci di cambiare il nostro Paese facendo valere fino in fondo la capacità riformista del pensiero sociale cristiano, mentre Papa Giovanni, un vegliardo che ci pareva così giovane, preparava un Concilio di cui presentivamo la carica dirompente.
L'assassinio di JFK a Dallas nel novembre 1963 fu vissuto come un dramma planetario, ma per certi versi lo fu assai più cinque anni dopo quello di Bobby, il “Presidente non eletto”, che arrivava nel bel mezzo di un anno che aveva segnato l'umanità, con la sollevazione generalizzata degli studenti universitari, avanguardia del mondo giovanile, con l'aggravarsi della crisi vietnamita che Bob Kennedy voleva puramente e semplicemente chiudere oltre le contorsioni di Johnson e la retorica nazionalista dell'eterno Nixon, con la Primavera di Praga che annunciava la possibile evoluzione del monolite comunista, e con il terribile choc dell'assassinio di Martin Luther King, che per giorni e giorni fece bruciare i quartieri neri delle grandi città degli stati Uniti. Per molti dei nostri amici l'uccisione di Bobby, che Emilio Estevez ha così bene rappresentato nel suo omonimo film di alcuni anni fa come una tragedia corale, fu la prova provata dell'impossibilità di rigenerare il sistema, del venir meno di ogni ipotesi riformista nel momento in cui gli occulti signori del capitale e della guerra stroncavano la vita e le speranze di chi voleva un mondo migliore, e per conseguenza di passare allo scontro frontale con i poteri costituiti.
Fu allora che il manto regale del grande clan passò sulle spalle di Ted, spalle che parevano inadeguate a portare quel peso: del resto, le due candidature che egli portò alla nomination democratica nel 1976 e nel 1980, ambedue le volte venendo sconfitto da Jimmy Carter, parvero poco credibili e quasi compiute come un atto dovuto alla tradizione di famiglia, mentre si moltiplicavano gli scandali e le tragedie che da sempre avevano afflitto quel grande clan che non faceva che allargarsi grazie alla prolificità sua, dei fratelli e delle sorelle.
E tuttavia, già negli ultimi anni della sua vita, si potè constatare che nella sua lunga attività parlamentare di senatore del Massachussets, che aveva ereditato nel 1962 dal fratello Presidente, Ted Kennedy era stato forse uno dei più abili e rispettati legislatori di quello straordinario e longevo sinedrio che deriva la sua forza dalle attribuzioni conferitegli dalla Costituzione, che ne fanno la necessaria controparte del potere presidenziale, e anche dal fatto che il mandato dei suoi componenti dura sei anni a differenza dei due della Camera dei Rappresentanti (ed infatti i deputati, a differenza dei senatori, sono perennemente in campagna elettorale). La ricetta di Ted era semplice: idee semplici e radicate in una solida tradizione progressista e grande capacità di mediazione che lo misero in relazione anche con figure di spicco della destra come Reagan, Mc Cain o Hatch (non a caso esponenti di un repubblicanesimo tradizionale messo da parte dalla coorte di fanatici religiosi e di dogmatici intellettuali di cui si circondava George W. Bush). In questo senso, egli seppe mettersi giorno per giorno al pezzo nella complessità di un sistema politico unico al mondo per far progredire pezzo per pezzo quei progetti politici che gli stavano a cuore, in particolare sulle politiche sociali, senza mai dimenticare le questioni di politica estera (ed egli fu uno dei pochi dirigenti democratici a non deflettere mai nell'opposizione alla follia della guerra in Iraq). Per certi versi si può dire che ciò che nei suoi fratelli era stato semplicemente accennato, e poi trasfigurato nell'alone di gloria di una morte eroica, in Ted era diventata la prosa quotidiana di una politica che non si nutre di grandi gesti ma della capacità di “stare al pezzo”, di seguire con attenzione l'evolversi delle idee e dei progetti, di curare ogni giorno il possibile per approdare all'impossibile, di puntare al bene per poter ottenere il meglio.
Ma neanche a Ted è mancato il suo gesto epico, quello dello scorso anno alla convention democratica quando , ormai malato e contro il parere dei medici che temevano il peggio, egli volle assolutamente tenere il suo decisivo discorso di sostegno alla candidatura di Barack Obama. Ecco, per certi versi l'elezione del Presidente dalla pelle scura ( e affiancato, per buona misura, dal primo Vicepresidente cattolico della storia americana) è stata insieme il capolavoro ed il coronamento della vita di Ted Kennedy, il realizzarsi di tante speranze improbabili, a cui tuttavia egli non dava un valore meramente simbolico, ma la associava alla grande aspirazione di una sistema sanitario universalistico per tutti i cittadini di una Nazione grande ma spesso matrigna per i suoi figli. Anche per questo il vecchio leone si è battuto fino all'ultimo, al punto da chiedere di venire sostituito nella carica prima della morte in modo che al progetto presidenziale non mancasse un voto forse decisivo.
E' possibile che ad un certo punto si scopra che il migliore dei Kennedy, quello che in definitiva fece di più per affermare i sogni e le aspirazioni di una dinastia, sia stato in ultima analisi il più improbabile di tutti.
In Ted Kennedy, scomparso pochi giorni fa, queste caratteristiche erano ancora più evidenti, non solo per la propensione alla bottiglia e alle avventure femminili, ma anche per l’imperdonabile vicenda di Chappaquiddick, con la segretaria lasciata ad annegare dopo una notte ad alta gradazione alcolica.
Nello stesso tempo, forse a partire dalla campagna presidenziale di JFK nel 1960, si ebbe la percezione che proprio un clan così improbabile potesse diventare la speranza di milioni di persone nelle élite come nel popolo, e ben oltre i confini degli USA. Probabilmente la campagna elettorale di John Kennedy – che non si concluse con una vittoria netta ma in un serrato testa a testa con lo sfidante repubblicano, il Vicepresidente uscente Richard Nixon- fu la prima campagna multimediatica dei tempi moderni, giocata sulla capacità comunicativa di un candidato che non perdeva tempo a confutare le idee degli avversari, ma affermava le proprie affidandosi al contatto diretto con i cittadini oltre il chiacchiericcio della politica politicante. A ciò si aggiunga il vento di novità e di freschezza che veniva dalla scelta di un uomo giovane, con un rispettabile curriculum culturale e bellico ( i Kennedy avevano del resto pagato un tributo di sangue alla Seconda guerra mondiale con la morte del fratello maggiore Joseph jr, ufficiale dell'Aeronautica), con una carica idealistica non simulata, o perlomeno non del tutto, e con in più la capacità di impattare le grandi attese del mondo e dell'America, come la questione razziale o la volontà di chiudere la fase più aspra della guerra fredda. E poi, la sfida ulteriore di dimostrare che anche un cattolico poteva onorevolmente servire come Presidente degli Stati Uniti. Volendo considerare la questione dal punto di vista generazionale (nel 1960 avevo ventuno anni) per noi giovani cattolici democratici di quel tempo in Italia la scelta di Kennedy era in qualche modo complementare alla tanto attesa svolta del centrosinistra con cui, pensavamo, saremmo stati capaci di cambiare il nostro Paese facendo valere fino in fondo la capacità riformista del pensiero sociale cristiano, mentre Papa Giovanni, un vegliardo che ci pareva così giovane, preparava un Concilio di cui presentivamo la carica dirompente.
L'assassinio di JFK a Dallas nel novembre 1963 fu vissuto come un dramma planetario, ma per certi versi lo fu assai più cinque anni dopo quello di Bobby, il “Presidente non eletto”, che arrivava nel bel mezzo di un anno che aveva segnato l'umanità, con la sollevazione generalizzata degli studenti universitari, avanguardia del mondo giovanile, con l'aggravarsi della crisi vietnamita che Bob Kennedy voleva puramente e semplicemente chiudere oltre le contorsioni di Johnson e la retorica nazionalista dell'eterno Nixon, con la Primavera di Praga che annunciava la possibile evoluzione del monolite comunista, e con il terribile choc dell'assassinio di Martin Luther King, che per giorni e giorni fece bruciare i quartieri neri delle grandi città degli stati Uniti. Per molti dei nostri amici l'uccisione di Bobby, che Emilio Estevez ha così bene rappresentato nel suo omonimo film di alcuni anni fa come una tragedia corale, fu la prova provata dell'impossibilità di rigenerare il sistema, del venir meno di ogni ipotesi riformista nel momento in cui gli occulti signori del capitale e della guerra stroncavano la vita e le speranze di chi voleva un mondo migliore, e per conseguenza di passare allo scontro frontale con i poteri costituiti.
Fu allora che il manto regale del grande clan passò sulle spalle di Ted, spalle che parevano inadeguate a portare quel peso: del resto, le due candidature che egli portò alla nomination democratica nel 1976 e nel 1980, ambedue le volte venendo sconfitto da Jimmy Carter, parvero poco credibili e quasi compiute come un atto dovuto alla tradizione di famiglia, mentre si moltiplicavano gli scandali e le tragedie che da sempre avevano afflitto quel grande clan che non faceva che allargarsi grazie alla prolificità sua, dei fratelli e delle sorelle.
E tuttavia, già negli ultimi anni della sua vita, si potè constatare che nella sua lunga attività parlamentare di senatore del Massachussets, che aveva ereditato nel 1962 dal fratello Presidente, Ted Kennedy era stato forse uno dei più abili e rispettati legislatori di quello straordinario e longevo sinedrio che deriva la sua forza dalle attribuzioni conferitegli dalla Costituzione, che ne fanno la necessaria controparte del potere presidenziale, e anche dal fatto che il mandato dei suoi componenti dura sei anni a differenza dei due della Camera dei Rappresentanti (ed infatti i deputati, a differenza dei senatori, sono perennemente in campagna elettorale). La ricetta di Ted era semplice: idee semplici e radicate in una solida tradizione progressista e grande capacità di mediazione che lo misero in relazione anche con figure di spicco della destra come Reagan, Mc Cain o Hatch (non a caso esponenti di un repubblicanesimo tradizionale messo da parte dalla coorte di fanatici religiosi e di dogmatici intellettuali di cui si circondava George W. Bush). In questo senso, egli seppe mettersi giorno per giorno al pezzo nella complessità di un sistema politico unico al mondo per far progredire pezzo per pezzo quei progetti politici che gli stavano a cuore, in particolare sulle politiche sociali, senza mai dimenticare le questioni di politica estera (ed egli fu uno dei pochi dirigenti democratici a non deflettere mai nell'opposizione alla follia della guerra in Iraq). Per certi versi si può dire che ciò che nei suoi fratelli era stato semplicemente accennato, e poi trasfigurato nell'alone di gloria di una morte eroica, in Ted era diventata la prosa quotidiana di una politica che non si nutre di grandi gesti ma della capacità di “stare al pezzo”, di seguire con attenzione l'evolversi delle idee e dei progetti, di curare ogni giorno il possibile per approdare all'impossibile, di puntare al bene per poter ottenere il meglio.
Ma neanche a Ted è mancato il suo gesto epico, quello dello scorso anno alla convention democratica quando , ormai malato e contro il parere dei medici che temevano il peggio, egli volle assolutamente tenere il suo decisivo discorso di sostegno alla candidatura di Barack Obama. Ecco, per certi versi l'elezione del Presidente dalla pelle scura ( e affiancato, per buona misura, dal primo Vicepresidente cattolico della storia americana) è stata insieme il capolavoro ed il coronamento della vita di Ted Kennedy, il realizzarsi di tante speranze improbabili, a cui tuttavia egli non dava un valore meramente simbolico, ma la associava alla grande aspirazione di una sistema sanitario universalistico per tutti i cittadini di una Nazione grande ma spesso matrigna per i suoi figli. Anche per questo il vecchio leone si è battuto fino all'ultimo, al punto da chiedere di venire sostituito nella carica prima della morte in modo che al progetto presidenziale non mancasse un voto forse decisivo.
E' possibile che ad un certo punto si scopra che il migliore dei Kennedy, quello che in definitiva fece di più per affermare i sogni e le aspirazioni di una dinastia, sia stato in ultima analisi il più improbabile di tutti.
lunedì 3 agosto 2009
La carità nella verità
Sul particolare statuto della dottrina sociale della Chiesa (DSC) rifletté a lungo, nei suoi ultimi anni di vita, il compianto amico Edoardo Benvenuto, forse il maggiore teologo laico che la Chiesa italiana abbia avuto nel XX secolo, in termini che non sempre piacquero all'ufficialità ecclesiastica. In particolare egli era convinto che la DSC fosse stata di fatto superata e seppellita dalla nuova impostazione pastorale voluta dal Concilio Vaticano II, e che in qualche modo a sancire tale sepoltura fosse intervenuto direttamente Paolo VI con il famoso documento Octogesima adveniens (1971) nel quale di fatto si stabiliva l'inesistenza di una “ricetta “ politica generale della Chiesa in ambito socio – politico. La successiva ripresa dello stesso concetto di DSC operato da Giovanni Paolo II nella sua famosa allocuzione alla II Conferenza generale della Chiesa latinoamericana a Puebla (1979) veniva interpretata da Benvenuto come un tentativo di esorcizzare il timore dei possibili inquinamenti marxisti nella Teologia della liberazione, e questo approccio difensivo emergeva secondo lui nei testi successivi almeno fino al 1989. La fine dello storico avversario imponeva un ripensamento che del resto lo stesso Papa polacco aveva abbozzato ricollocando la DSC nell'ambito della teologia morale, quindi sottraendola ad ogni tentazione di applicazione (ed appropriazione ....) politica immediata.
Questo nuovo status, che sarebbe stato in qualche misura cristallizzato dal Compendio della DSC pubblicato nel 2004, viene in qualche misura confermato dalla nuova enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, che trae spunto, a due anni di distanza, dal quarantesimo anniversario dell' enciclica Populorum progressio di Paolo VI , primo documento magisteriale del post-Concilio.
Potremmo dire che la DSC si è sempre sviluppata a seconda dello sviluppo della vicenda dell'uomo contemporaneo in rapporto all'evoluzione del suo agire nell'economia e nella politica, sottolineando i grandi passaggi della storia umana.
Da qui, coerentemente, il richiamo di Benedetto XVI a due capisaldi del pensiero di Paolo VI che rimangono intatti ad oltre quarant'anni di distanza: il primo è che “tutta la Chiesa in tutto il suo essere e il suo agire, quando annunzia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo”, mentre il secondo è che “l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona nella sua dimensione” (CV 11). Non è possibile, quindi, circoscrivere la verità della persona umana, per sua natura complessa, in un solo ambito, e la Chiesa non è né può essere indifferente rispetto allo sviluppo autentico della persona umana poiché essa è la via maestra attraverso cui passa l'annuncio evangelico. Da qui deriva anche la specifica attenzione che il Papa dedica alla tematica del bene comune, inteso come “ il bene di quel 'noi-tutti', formato da individui,famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità” (7).
Una volta fissate queste coordinate generali, che peraltro trovano la loro radice nella Tradizione ecclesiale e più nello specifico dall'insegnamento del Concilio Vaticano II, a cui la Populorum progressio francamente si ispirava e che costituisce un punto di riferimento ineludibile anche per l'Enciclica attuale, è possibile comprendere il senso complessivo del testo di Benedetto XVI, che peraltro si inscrive nella dinamica generale del pensiero dell'attuale Pontefice, dal rapporto necessario ed inscindibile fra ragione e fede all'altrettanto inscindibile legame di carità e verità, per non correre il rischio di scambiare il cristianesimo “per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (4). Nello stesso tempo, e contrariamente a quanto taluni pensavano, l' Enciclica parla di “carità nella verità” e non di “verità nella carità”: in questo modo -non è un gioco di parole- l'accento cade sulla dinamica caritativa, che è propria di ogni uomo, che deve, sì, tendere alla verità ultima di Dio in Cristo, ma che rappresenta comunque una dimensione umana preesistente alla stessa verità di fede (è in fondo il senso ultimo della parabola del buon Samaritano).
Non si tratta qui di voler ricostruire la complessa architettura dell'Enciclica, la quale peraltro si sofferma con puntualità ed insieme con discrezione (nel senso di lasciare le risposte concrete all'impegno dei laici operanti nel sociale e nel politico) sulle grandi questioni del nostro tempo, ma possiamo soffermarci su alcuni aspetti particolari.
Il primo lo troviamo all'inizio, laddove il Papa ricorda che la carità deve realizzarsi nella giustizia: ovvero, la carità eccede la giustizia, ma nello stesso tempo la presuppone, perchè se essa costituisce, come diceva Paolo VI, la “misura minima” della carità è altrettanto vero che non si può donare alcunchè agli altri se prima non gli si è dato quello che è loro secondo giustizia : sono evidenti le implicazioni di questa affermazione sotto il profilo sociale, dove spesso, da parte dei credenti, si è corso il rischio di scambiare il riconoscimento dei diritti specifici dei cittadini e dei lavoratori con una concessione di ordine caritativo, che dipende dalla buona o cattiva volontà altrui.
Il secondo elemento sta nel rapporto fra fede e ragione, che come abbiamo visto è un elemento centrale della riflessione di Benedetto XVI, e che tuttavia nel corso di questi anni era sembrato generalmente centrato sulla tematica della purificazione della ragione da parte della fede. Nell'Enciclica invece si evidenzia che “ la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano”, ed aggiunge che “la rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità”(56), finendo inevitabilmente nelle secche del laicismo o del fondamentalismo.
Il terzo elemento è nel riconoscimento del valore specifico dell'economia di mercato, a cui però si affianca la necessità che tale economia sia sempre ricondotta alla sua finalità specifica, che è quella del bene comune. Di fatto, pur non giudicando la globalizzazione come elemento di per sé negativo o positivo, Benedetto XVI constata come il predominio della finanza sull' economia, e prima ancora più in generale della tecnica sulla cultura, abbia come effetto quello di perdere di vista l'umanità del gesto economico, di fatto subordinando alle esigenze della massimizzazione del profitto quelle della persona intesa nel suo complesso. Ma, ricorda realisticamente il Papa, i costi umani sono anche costi economici, ed un'economia che si basa sulla disoccupazione di massa, sull'impoverimento diffuso, sul disprezzo dei diritti dei lavoratori e dei cittadini non va troppo lontano. Con altrettanto realismo l'antico professore tedesco ricorda che la divisione in due tempi fra produzione e redistribuzione della ricchezza non regge più, e che quindi ogni parte del processo economico va condotta in base al principio della giustizia distributiva, in tal senso rivalutando il ruolo specifico dello Stato e dei pubblici poteri e subordinando la logica contrattuale propria dell'economia di mercato all'esigenza di “leggi giuste e forme di redistribuzione guidate dalla politica” (37), tornando alla tripartizione degli attori economici e sociali suggerita da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: lo Stato, il mercato e la società civile (38).
Da qui, ed è il quarto elemento, la nuova funzione di taluni soggetti tradizionali della scena sociale, come i sindacati dei lavoratori, ai quali spetta non solo l'ovvia rivendicazione di un lavoro “decente” a fronte di quella vergogna globale che sono la povertà e la disoccupazione di massa, ma anche il “farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società” come “ quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto fra persona – lavoratrice e persona- consumatrice”, e più in generale invitandoli a farsi carico anche delle violazioni dei diritti dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo (64).
Una tematica a parte è quella della riforma dell'ONU, che il Papa considera come qualcosa che deve andare di pari passo alla riforma dell'architettura economica e finanziari internazionale, richiedendo di dare “reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”, facendo evolvere l'attuale struttura delle Nazioni Unite, secondo l'auspicio di Papa Giovanni – qui strategicamente ricordato con una citazione specifica dalla Pacem in terris- verso una vera e propria Autorità politica mondiale, finalizzata al governo dell'economia mondiale, al risanamento delle economie in crisi, alla realizzazione del disarmo integrale, alla salvaguardia dell'ambiente, alla regolamentazione dei flussi migratori.
Si può dire che, nella sua specifica ottica, Benedetto XVI abbia voluto disegnare un progetto generale cui non solo i credenti potranno attingere nel corso degli anni.
Questo nuovo status, che sarebbe stato in qualche misura cristallizzato dal Compendio della DSC pubblicato nel 2004, viene in qualche misura confermato dalla nuova enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, che trae spunto, a due anni di distanza, dal quarantesimo anniversario dell' enciclica Populorum progressio di Paolo VI , primo documento magisteriale del post-Concilio.
Potremmo dire che la DSC si è sempre sviluppata a seconda dello sviluppo della vicenda dell'uomo contemporaneo in rapporto all'evoluzione del suo agire nell'economia e nella politica, sottolineando i grandi passaggi della storia umana.
Da qui, coerentemente, il richiamo di Benedetto XVI a due capisaldi del pensiero di Paolo VI che rimangono intatti ad oltre quarant'anni di distanza: il primo è che “tutta la Chiesa in tutto il suo essere e il suo agire, quando annunzia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo”, mentre il secondo è che “l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona nella sua dimensione” (CV 11). Non è possibile, quindi, circoscrivere la verità della persona umana, per sua natura complessa, in un solo ambito, e la Chiesa non è né può essere indifferente rispetto allo sviluppo autentico della persona umana poiché essa è la via maestra attraverso cui passa l'annuncio evangelico. Da qui deriva anche la specifica attenzione che il Papa dedica alla tematica del bene comune, inteso come “ il bene di quel 'noi-tutti', formato da individui,famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità” (7).
Una volta fissate queste coordinate generali, che peraltro trovano la loro radice nella Tradizione ecclesiale e più nello specifico dall'insegnamento del Concilio Vaticano II, a cui la Populorum progressio francamente si ispirava e che costituisce un punto di riferimento ineludibile anche per l'Enciclica attuale, è possibile comprendere il senso complessivo del testo di Benedetto XVI, che peraltro si inscrive nella dinamica generale del pensiero dell'attuale Pontefice, dal rapporto necessario ed inscindibile fra ragione e fede all'altrettanto inscindibile legame di carità e verità, per non correre il rischio di scambiare il cristianesimo “per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (4). Nello stesso tempo, e contrariamente a quanto taluni pensavano, l' Enciclica parla di “carità nella verità” e non di “verità nella carità”: in questo modo -non è un gioco di parole- l'accento cade sulla dinamica caritativa, che è propria di ogni uomo, che deve, sì, tendere alla verità ultima di Dio in Cristo, ma che rappresenta comunque una dimensione umana preesistente alla stessa verità di fede (è in fondo il senso ultimo della parabola del buon Samaritano).
Non si tratta qui di voler ricostruire la complessa architettura dell'Enciclica, la quale peraltro si sofferma con puntualità ed insieme con discrezione (nel senso di lasciare le risposte concrete all'impegno dei laici operanti nel sociale e nel politico) sulle grandi questioni del nostro tempo, ma possiamo soffermarci su alcuni aspetti particolari.
Il primo lo troviamo all'inizio, laddove il Papa ricorda che la carità deve realizzarsi nella giustizia: ovvero, la carità eccede la giustizia, ma nello stesso tempo la presuppone, perchè se essa costituisce, come diceva Paolo VI, la “misura minima” della carità è altrettanto vero che non si può donare alcunchè agli altri se prima non gli si è dato quello che è loro secondo giustizia : sono evidenti le implicazioni di questa affermazione sotto il profilo sociale, dove spesso, da parte dei credenti, si è corso il rischio di scambiare il riconoscimento dei diritti specifici dei cittadini e dei lavoratori con una concessione di ordine caritativo, che dipende dalla buona o cattiva volontà altrui.
Il secondo elemento sta nel rapporto fra fede e ragione, che come abbiamo visto è un elemento centrale della riflessione di Benedetto XVI, e che tuttavia nel corso di questi anni era sembrato generalmente centrato sulla tematica della purificazione della ragione da parte della fede. Nell'Enciclica invece si evidenzia che “ la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano”, ed aggiunge che “la rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità”(56), finendo inevitabilmente nelle secche del laicismo o del fondamentalismo.
Il terzo elemento è nel riconoscimento del valore specifico dell'economia di mercato, a cui però si affianca la necessità che tale economia sia sempre ricondotta alla sua finalità specifica, che è quella del bene comune. Di fatto, pur non giudicando la globalizzazione come elemento di per sé negativo o positivo, Benedetto XVI constata come il predominio della finanza sull' economia, e prima ancora più in generale della tecnica sulla cultura, abbia come effetto quello di perdere di vista l'umanità del gesto economico, di fatto subordinando alle esigenze della massimizzazione del profitto quelle della persona intesa nel suo complesso. Ma, ricorda realisticamente il Papa, i costi umani sono anche costi economici, ed un'economia che si basa sulla disoccupazione di massa, sull'impoverimento diffuso, sul disprezzo dei diritti dei lavoratori e dei cittadini non va troppo lontano. Con altrettanto realismo l'antico professore tedesco ricorda che la divisione in due tempi fra produzione e redistribuzione della ricchezza non regge più, e che quindi ogni parte del processo economico va condotta in base al principio della giustizia distributiva, in tal senso rivalutando il ruolo specifico dello Stato e dei pubblici poteri e subordinando la logica contrattuale propria dell'economia di mercato all'esigenza di “leggi giuste e forme di redistribuzione guidate dalla politica” (37), tornando alla tripartizione degli attori economici e sociali suggerita da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: lo Stato, il mercato e la società civile (38).
Da qui, ed è il quarto elemento, la nuova funzione di taluni soggetti tradizionali della scena sociale, come i sindacati dei lavoratori, ai quali spetta non solo l'ovvia rivendicazione di un lavoro “decente” a fronte di quella vergogna globale che sono la povertà e la disoccupazione di massa, ma anche il “farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società” come “ quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto fra persona – lavoratrice e persona- consumatrice”, e più in generale invitandoli a farsi carico anche delle violazioni dei diritti dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo (64).
Una tematica a parte è quella della riforma dell'ONU, che il Papa considera come qualcosa che deve andare di pari passo alla riforma dell'architettura economica e finanziari internazionale, richiedendo di dare “reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”, facendo evolvere l'attuale struttura delle Nazioni Unite, secondo l'auspicio di Papa Giovanni – qui strategicamente ricordato con una citazione specifica dalla Pacem in terris- verso una vera e propria Autorità politica mondiale, finalizzata al governo dell'economia mondiale, al risanamento delle economie in crisi, alla realizzazione del disarmo integrale, alla salvaguardia dell'ambiente, alla regolamentazione dei flussi migratori.
Si può dire che, nella sua specifica ottica, Benedetto XVI abbia voluto disegnare un progetto generale cui non solo i credenti potranno attingere nel corso degli anni.
mercoledì 8 luglio 2009
A proposito di sicurezza
Negli stessi giorni in cui il Parlamento approvava in via definitiva un cosiddetto “pacchetto sicurezza” largamente inapplicabile e probabilmente incostituzionale, veniva riportata con poche note di cronaca la notizia dell'arresto del Direttore reggente le sedi dell' Ispettorato del Lavoro di Mantova e Piacenza, accusato dagli inquirenti (con tanto di intercettazioni ambientali e registrazioni, strumenti d'indagine evidentemente non inutili) di avere accettato somme di denaro da industriali locali contro la promessa di rendere loro noto in anticipo quando l'Ispettorato da lui diretto avrebbe visitato le loro aziende, con evidente pregiudizio di quel fattore sorpresa su cui si basano tali ispezioni per essere credibili.
Tutto questo in un Paese, il nostro, in cui nel primo quadrimestre dell'anno corrente sono morte sul lavoro 162 persone, contro le 177 dello stesso periodo dello scorso anno: dei morti 2009, 50 erano impiegati nel settore edilizio, 38 nell'agricoltura, 23 nell'industria e 13 nell'autotrasporto, il resto in vari altri settori. Perchè l'elenco non sembri asettico, occorre dire che dietro quei numeri ci sono delle persone, e che molte di esse erano spesso l'unico sostentamento della loro famiglia, e che le condizioni in cui lavoravano erano spesso inaccettabili. Da rilevare altresì come il triste primato dei morti (ma anche dei feriti, spesso gravi e resi disabili al lavoro dagli incidenti subiti) spetti a due settori come quelli dell'edilizia e dell'agricoltura in cui la presenza del sindacato è pressochè rarefatta, a differenza dell'industria, ed in cui vi è un alto tasso di irregolarità se non di inesistenza dei contratti, e delle correlate norme di sicurezza, dovute anche al largo utilizzo di manodopera straniera, spesso clandestina.
Da notare che, mentre questa vera e propria strage silenziosa va quotidianamente in atto, il Governo sta cercando in ogni modo di correggere il testo del decreto legislativo 81/08, uno degli ultimi atti del Governo Prodi, con cui si ponevano vincoli severi per la sicurezza sul luogo di lavoro. Il 26 giugno scorso, infatti, Camera e Senato hanno votato i rispettivi pareri, con la maggioranza che ha dato un sostanziale via libera alle proposte governative, le quali peraltro sono state nemmeno tanto velatamente sollecitate dalla Confindustria.
E' difficile fare un discorso a chi pensa che il tema della sicurezza sul lavoro sia questione secondaria, ovvero che la prevenzione rientri fra quei “lacci e lacciuoli” di cui ci si vorrebbe liberare in vista delle magnifiche sorti e progressive di un Paese in cui la crisi, come ci ripete continuamente il nostro Premier, se pure c'è stata ora è abbondantemente passata. Nello stesso tempo, non si può non rilevare come non solo episodi di malaffare simili a quello citato in apertura, ma anche una politica di sistematico disinvestimento dalle questioni della sicurezza e , latamente, dei diritti del lavoratore sul posto di lavoro, abbia contribuito a rendere largamente insufficiente l'attività degli Ispettorati del lavoro sul territorio nazionale, ad onta dell'alta professionalità e del senso del dovere della più parte dei funzionari.
Tuttavia una questione rimane aperta, ed è tutta nel campo del PD, molti dei cui dirigenti sembrano in effetti soffrire di un qualche complesso di inferiorità rispetto alla destra sulla questione della sicurezza. Ora, la sicurezza è solo e tutta nelle questioni di ordine pubblico? Ovvero non esiste anche un'altra sicurezza, correlata all'integrità della persona, alla sicurezza del e sul posto di lavoro, ai diritti conquistati dai lavoratori con tanti sacrifici? Davvero non c'è più spazio in politica per queste questioni? E nel congresso del PD non ci sarà spazio, magari un ritaglio di tempo, per discuterne?
Tutto questo in un Paese, il nostro, in cui nel primo quadrimestre dell'anno corrente sono morte sul lavoro 162 persone, contro le 177 dello stesso periodo dello scorso anno: dei morti 2009, 50 erano impiegati nel settore edilizio, 38 nell'agricoltura, 23 nell'industria e 13 nell'autotrasporto, il resto in vari altri settori. Perchè l'elenco non sembri asettico, occorre dire che dietro quei numeri ci sono delle persone, e che molte di esse erano spesso l'unico sostentamento della loro famiglia, e che le condizioni in cui lavoravano erano spesso inaccettabili. Da rilevare altresì come il triste primato dei morti (ma anche dei feriti, spesso gravi e resi disabili al lavoro dagli incidenti subiti) spetti a due settori come quelli dell'edilizia e dell'agricoltura in cui la presenza del sindacato è pressochè rarefatta, a differenza dell'industria, ed in cui vi è un alto tasso di irregolarità se non di inesistenza dei contratti, e delle correlate norme di sicurezza, dovute anche al largo utilizzo di manodopera straniera, spesso clandestina.
Da notare che, mentre questa vera e propria strage silenziosa va quotidianamente in atto, il Governo sta cercando in ogni modo di correggere il testo del decreto legislativo 81/08, uno degli ultimi atti del Governo Prodi, con cui si ponevano vincoli severi per la sicurezza sul luogo di lavoro. Il 26 giugno scorso, infatti, Camera e Senato hanno votato i rispettivi pareri, con la maggioranza che ha dato un sostanziale via libera alle proposte governative, le quali peraltro sono state nemmeno tanto velatamente sollecitate dalla Confindustria.
E' difficile fare un discorso a chi pensa che il tema della sicurezza sul lavoro sia questione secondaria, ovvero che la prevenzione rientri fra quei “lacci e lacciuoli” di cui ci si vorrebbe liberare in vista delle magnifiche sorti e progressive di un Paese in cui la crisi, come ci ripete continuamente il nostro Premier, se pure c'è stata ora è abbondantemente passata. Nello stesso tempo, non si può non rilevare come non solo episodi di malaffare simili a quello citato in apertura, ma anche una politica di sistematico disinvestimento dalle questioni della sicurezza e , latamente, dei diritti del lavoratore sul posto di lavoro, abbia contribuito a rendere largamente insufficiente l'attività degli Ispettorati del lavoro sul territorio nazionale, ad onta dell'alta professionalità e del senso del dovere della più parte dei funzionari.
Tuttavia una questione rimane aperta, ed è tutta nel campo del PD, molti dei cui dirigenti sembrano in effetti soffrire di un qualche complesso di inferiorità rispetto alla destra sulla questione della sicurezza. Ora, la sicurezza è solo e tutta nelle questioni di ordine pubblico? Ovvero non esiste anche un'altra sicurezza, correlata all'integrità della persona, alla sicurezza del e sul posto di lavoro, ai diritti conquistati dai lavoratori con tanti sacrifici? Davvero non c'è più spazio in politica per queste questioni? E nel congresso del PD non ci sarà spazio, magari un ritaglio di tempo, per discuterne?
martedì 2 giugno 2009
Il disarmo morale
Non metterebbe veramente conto di doversi occupare di una spiacevole storia di ragazzine sprovvedute, di genitori troppo ambiziosi e soprattutto di ricchi e potenti signori incontinenti se, per l'appunto, solo di questo si trattasse.
Una vicenda del genere meriterebbe di rimanere confinata nella dimensione privata o al massimo nella cronaca rosa se non finisse, da un lato, per investire pesantemente le responsabilità pubbliche di un ricco e potente signore e, dall'altro, se non mettesse in evidenza lo scadimento, starei per dire il disarmo della coscienza morale di questo Paese.
Sulla prima questione già molti si sono esercitati, e alla fine l'unica cosa da dire è quanto avesse ragione Montesquieu quando affermò che il potere assoluto corrompe assolutamente, nel senso che chi si sente padrone ad un tempo del potere politico, di quello mediatico e di quello economico, ed è sicuro di non avere rivali alla propria altezza e di poter programmare per se stesso un avvenire di indiscutibile grandezza, finisce anche per perdere quei pochi freni inibitori di cui era dotato, e ritiene di potersi permettere qualunque cosa, sicuro dell'impunità giudiziaria e dell'anestesia della coscienza civile.
Ed è infatti la seconda questione quella che merita di essere approfondita, nel senso che comportamenti del genere sarebbero a dir poco impossibili in una società in cui la coscienza morale fosse più vigile. Qui occorre distinguere: quando si parla di moralità in questo Paese, e temo che per certi versi pesi a tale proposito un retaggio cattolico, si fa immediatamente riferimento alla sfera sessuale, ma è chiaro che la morale ha una dimensione più ampia. Inoltre, vi è una certa tendenza a confondere moralità e legalità, facendo un generale pasticcio in cui ciò che è reprensibile moralmente si confonde con ciò che lo è politicamente ed infine con quello che configura una fattispecie penale.
Sul terzo aspetto, evidentemente, si deve esprimere chi ha la competenza - ed il dovere - di farlo, ma sui primi due il giudizio spetterebbe ad un'opinione pubblica informata, che a sua volta presupporrebbe una stampa libera. Diciamo che nel nostro Paese, e questo è già un segnale di degrado, un sistema informativo libero è una merce piuttosto rara, e questo mette un'opinione pubblica già di suo poco propensa all'attivazione etica ancora meno capace di formarsi un'opinione specifica.
In linea generale, però, credo non abbia torto Gabriele Romagnoli quando scrive (“Repubblica” del 30 maggio) che il punto non sono tanto i desideri senili di qualcuno, ma la tendenza delle famiglie, diciamo di certe famiglie, di rendersi immediatamente disponibili a tali desideri in nome della superiore ambizione del successo, della fama, di un posto in uno show tv o in Parlamento (tanto, a quel che sembra, è ormai la stessa cosa), barattando in nome di questo anche ciò che dovrebbe loro essere più caro.
Si parla tanto, ed anche a sproposito, del ruolo della famiglia nel nostro Paese, di come essa sia la base della società e venga regolarmente dimenticata nella fase della programmazione ed allocazione delle risorse, ed è abbastanza vero. Ma non abbiamo ancora svolto una riflessione su come la famiglia sia anche, e molto spesso, il terminale della crisi etica del nostro Paese, di come spesso si trasformi in incubatrice di violenze, di indifferenza, di odi reciproci, ovvero come spesso sia un luogo chiuso in cui maturano le ambizioni più smodate, certamente indotte da un ambiente esterno insano da cui si ricevono stimoli negativi, ma anche frutto di quella elaborazione del proprio particulare, per usare la formula dell'egoismo atavico nobilitata dal Guicciardini, per cui qualunque metodo è buono per raggiungere il successo, ed il lavoro e lo studio diventano accessori secondari, per non dire di altre aspirazioni un po' più nobili che non siano l'autoaffermazione personale.
In sostanza, spesso non ci sarebbero corruttori se non ci fossero persone già predisposte alla corruzione, così come non ci sarebbero tiranni se non ci fossero coloro che già sono disponibili alla servitù, come aveva capito bene l'imperatore Tiberio, che malediceva i senatori che lo osannavano in pubblico (pur odiandolo segretamente) come “homines ad servitutem parati”.
E anche se un certo tipo di egemonia culturale ha potuto contribuire pesantemente a questa soluzione, le responsabilità dei singoli, come pure quelle di certune zelanti agenzie formative che non hanno fatto il loro dovere, non possono in alcun modo essere eluse.
Berlusconi, prima o poi, passerà: le anime morte disponibili al servaggio e alla prostituzione rimarranno ancora fra noi per molto tempo, in attesa di un nuovo padrone.
Una vicenda del genere meriterebbe di rimanere confinata nella dimensione privata o al massimo nella cronaca rosa se non finisse, da un lato, per investire pesantemente le responsabilità pubbliche di un ricco e potente signore e, dall'altro, se non mettesse in evidenza lo scadimento, starei per dire il disarmo della coscienza morale di questo Paese.
Sulla prima questione già molti si sono esercitati, e alla fine l'unica cosa da dire è quanto avesse ragione Montesquieu quando affermò che il potere assoluto corrompe assolutamente, nel senso che chi si sente padrone ad un tempo del potere politico, di quello mediatico e di quello economico, ed è sicuro di non avere rivali alla propria altezza e di poter programmare per se stesso un avvenire di indiscutibile grandezza, finisce anche per perdere quei pochi freni inibitori di cui era dotato, e ritiene di potersi permettere qualunque cosa, sicuro dell'impunità giudiziaria e dell'anestesia della coscienza civile.
Ed è infatti la seconda questione quella che merita di essere approfondita, nel senso che comportamenti del genere sarebbero a dir poco impossibili in una società in cui la coscienza morale fosse più vigile. Qui occorre distinguere: quando si parla di moralità in questo Paese, e temo che per certi versi pesi a tale proposito un retaggio cattolico, si fa immediatamente riferimento alla sfera sessuale, ma è chiaro che la morale ha una dimensione più ampia. Inoltre, vi è una certa tendenza a confondere moralità e legalità, facendo un generale pasticcio in cui ciò che è reprensibile moralmente si confonde con ciò che lo è politicamente ed infine con quello che configura una fattispecie penale.
Sul terzo aspetto, evidentemente, si deve esprimere chi ha la competenza - ed il dovere - di farlo, ma sui primi due il giudizio spetterebbe ad un'opinione pubblica informata, che a sua volta presupporrebbe una stampa libera. Diciamo che nel nostro Paese, e questo è già un segnale di degrado, un sistema informativo libero è una merce piuttosto rara, e questo mette un'opinione pubblica già di suo poco propensa all'attivazione etica ancora meno capace di formarsi un'opinione specifica.
In linea generale, però, credo non abbia torto Gabriele Romagnoli quando scrive (“Repubblica” del 30 maggio) che il punto non sono tanto i desideri senili di qualcuno, ma la tendenza delle famiglie, diciamo di certe famiglie, di rendersi immediatamente disponibili a tali desideri in nome della superiore ambizione del successo, della fama, di un posto in uno show tv o in Parlamento (tanto, a quel che sembra, è ormai la stessa cosa), barattando in nome di questo anche ciò che dovrebbe loro essere più caro.
Si parla tanto, ed anche a sproposito, del ruolo della famiglia nel nostro Paese, di come essa sia la base della società e venga regolarmente dimenticata nella fase della programmazione ed allocazione delle risorse, ed è abbastanza vero. Ma non abbiamo ancora svolto una riflessione su come la famiglia sia anche, e molto spesso, il terminale della crisi etica del nostro Paese, di come spesso si trasformi in incubatrice di violenze, di indifferenza, di odi reciproci, ovvero come spesso sia un luogo chiuso in cui maturano le ambizioni più smodate, certamente indotte da un ambiente esterno insano da cui si ricevono stimoli negativi, ma anche frutto di quella elaborazione del proprio particulare, per usare la formula dell'egoismo atavico nobilitata dal Guicciardini, per cui qualunque metodo è buono per raggiungere il successo, ed il lavoro e lo studio diventano accessori secondari, per non dire di altre aspirazioni un po' più nobili che non siano l'autoaffermazione personale.
In sostanza, spesso non ci sarebbero corruttori se non ci fossero persone già predisposte alla corruzione, così come non ci sarebbero tiranni se non ci fossero coloro che già sono disponibili alla servitù, come aveva capito bene l'imperatore Tiberio, che malediceva i senatori che lo osannavano in pubblico (pur odiandolo segretamente) come “homines ad servitutem parati”.
E anche se un certo tipo di egemonia culturale ha potuto contribuire pesantemente a questa soluzione, le responsabilità dei singoli, come pure quelle di certune zelanti agenzie formative che non hanno fatto il loro dovere, non possono in alcun modo essere eluse.
Berlusconi, prima o poi, passerà: le anime morte disponibili al servaggio e alla prostituzione rimarranno ancora fra noi per molto tempo, in attesa di un nuovo padrone.
giovedì 7 maggio 2009
Uomini di fede
Il 16 maggio prossimo si terrà a Firenza una sorta di “convocazione” di cattolici italiani per riflettere sul tema “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. Non è un incontro di dissenzienti come quelli che si verificavano a cavallo degli anni Sessanta e settanta , e che pure riflettevano un malessere oggettivo a cui, erroneamente, si volle dare una veste di ordine ideologico declinata in senso ecclesiale o politico.
No, nella lettera aperta che invita all’incontro i firmatari, che vanno da Maria Cristina Bartolomei ad Alberto Melloni, da Giovanna Cella a Fulvio De Giorgi, dall’indomito novantenne Camillo De Piaz a don Giovanni Nicolini, apostolo dei disperati di Bologna, non bandiscono una qualche “contro – crociata”, e nemmeno intendono abbandonarsi ad uno sterile lamento nei confronti di una Gerarchia ecclesiastica sorda agli appelli della base.
Più semplicemente queste persone, questi credenti, vogliono testimoniare un disagio, vogliono poterlo esprimere, come suol dirsi, filialmente, e vogliono evitare l’approfondirsi di quello che il compianto Pietro Prini chiamò lo “scisma sommerso” dei nostri tempi, ossia il distacco silenzioso di molte persone dall’ufficialità ecclesiastica, senza il bisogno di rumoroso apostasie ma, appunto, in silenzio magari senza nemmeno lasciare la pratica sacramentale, congedandosi nello stesso tempo da uno stile ecclesiale fatto di predominanza della preoccupazione della Chiesa per la propria autoconservazione e della predicazione di una morale non contestualizzata.
Ciò sembra particolarmente importante nel giubileo della convocazione del Concilio da parte di Giovanni XXIII, con una straordinaria intuizione che, come dimostra in un suo recente saggio Melloni, fu un atto di innovazione voluto da un uomo ben fermo nella Tradizione con la T maiuscola, che è ben altra cosa dal miserabile reducismo di taluni professionisti del tradizionalismo a un tanto al chilo. E’ ben chiaro che queste riflessioni, come pure quelle che lo stesso Melloni, Giuseppe Ruggieri, Joseph Komonchak ed altri autori sviluppano in un recente volume intitolato non casualmente Chi ha paura del Vaticano II? con estremo rigore storico e teologico siano quasi indicibili in una realtà ecclesiale come l’attuale dove predominano i Socci, i Messori, i Fanzaga ed altri spacciatori di ciarpame devozionalistico e reazionario, alla fine perfettamente omologati alla deriva politica e consumistica dei nostri tempi che a questo tipo di religione delega una vaga funzione consolatoria, realizzando alla perfezione l’antica aspirazione di Charles Maurras per un cristianesimo come perfetto instrumentum regni, purchè ovviamente “depurato dal veleno del Magnificat”, quello per cui i potenti sono sbalzati dal trono ed i ricchi sono rimandati a mani vuote.
Ma forse la riflessione andrebbe spinta più a fondo, e va alla radice del nostro stesso modo di pensarci come comunità ecclesiale.
Potremmo ad esempio rifarci all'episodio riportato al capitolo 11, versetti 2-11 del Vangelo di Matteo, quando Giovanni il Battista, già imprigionato, manda alcuni suoi discepoli da Gesù per chiedergli se è lui l'Atteso, il Messia che riscatterà Israele, o se occorrerà attenderne un altro. Gesù risponde in forma indiretta, dicendo di riportare al Battista “ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi son purificati, i sordi odono, i morti risuscitano,ai poveri è annunciato il Vangelo”. E quindi, a confessare il Messia non è lui stesso , ma sono le opere messianiche che egli compie, come se in qualche modo l' ortoprassi precedesse e riempisse di significato l' ortodossia.
E ciò evidentemente vale per tutti coloro che oggi ed in ogni tempo si sono detti cristiani, che quelle opere sono chiamati a rinnovare conformando la loro vita a quella del loro Maestro (quante volte ripetiamo che al cristiano non è proposta una dottrina ma una vita concreta), così come Egli nella istituzione dell' Eucaristia “comandò di ripresentarne l'offerta”(Preghiera eucaristica V), nella liturgia come nella vita di ogni giorno. Quindi, il particolare significato oggi dello stare da credenti nella comunità degli uomini sta nell'inverare nella quotidianità quella che Giuseppe Dossetti definiva come l’aspirazione ad essere “uomo eucaristico”, nel senso di colui che “non incontra l'uomo dall'esterno ed in superficie, ma lo incontra nel suo 'sé' più intimo, più invisibile (...) creando e divulgando ovunque – nel senso di ogni società grande o piccola (...)- un'atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore – oblativo indipendente da ogni condizione esterna mutevole”.
E questo è un elemento che va oltre la misera cronaca di questi giorni.
No, nella lettera aperta che invita all’incontro i firmatari, che vanno da Maria Cristina Bartolomei ad Alberto Melloni, da Giovanna Cella a Fulvio De Giorgi, dall’indomito novantenne Camillo De Piaz a don Giovanni Nicolini, apostolo dei disperati di Bologna, non bandiscono una qualche “contro – crociata”, e nemmeno intendono abbandonarsi ad uno sterile lamento nei confronti di una Gerarchia ecclesiastica sorda agli appelli della base.
Più semplicemente queste persone, questi credenti, vogliono testimoniare un disagio, vogliono poterlo esprimere, come suol dirsi, filialmente, e vogliono evitare l’approfondirsi di quello che il compianto Pietro Prini chiamò lo “scisma sommerso” dei nostri tempi, ossia il distacco silenzioso di molte persone dall’ufficialità ecclesiastica, senza il bisogno di rumoroso apostasie ma, appunto, in silenzio magari senza nemmeno lasciare la pratica sacramentale, congedandosi nello stesso tempo da uno stile ecclesiale fatto di predominanza della preoccupazione della Chiesa per la propria autoconservazione e della predicazione di una morale non contestualizzata.
Ciò sembra particolarmente importante nel giubileo della convocazione del Concilio da parte di Giovanni XXIII, con una straordinaria intuizione che, come dimostra in un suo recente saggio Melloni, fu un atto di innovazione voluto da un uomo ben fermo nella Tradizione con la T maiuscola, che è ben altra cosa dal miserabile reducismo di taluni professionisti del tradizionalismo a un tanto al chilo. E’ ben chiaro che queste riflessioni, come pure quelle che lo stesso Melloni, Giuseppe Ruggieri, Joseph Komonchak ed altri autori sviluppano in un recente volume intitolato non casualmente Chi ha paura del Vaticano II? con estremo rigore storico e teologico siano quasi indicibili in una realtà ecclesiale come l’attuale dove predominano i Socci, i Messori, i Fanzaga ed altri spacciatori di ciarpame devozionalistico e reazionario, alla fine perfettamente omologati alla deriva politica e consumistica dei nostri tempi che a questo tipo di religione delega una vaga funzione consolatoria, realizzando alla perfezione l’antica aspirazione di Charles Maurras per un cristianesimo come perfetto instrumentum regni, purchè ovviamente “depurato dal veleno del Magnificat”, quello per cui i potenti sono sbalzati dal trono ed i ricchi sono rimandati a mani vuote.
Ma forse la riflessione andrebbe spinta più a fondo, e va alla radice del nostro stesso modo di pensarci come comunità ecclesiale.
Potremmo ad esempio rifarci all'episodio riportato al capitolo 11, versetti 2-11 del Vangelo di Matteo, quando Giovanni il Battista, già imprigionato, manda alcuni suoi discepoli da Gesù per chiedergli se è lui l'Atteso, il Messia che riscatterà Israele, o se occorrerà attenderne un altro. Gesù risponde in forma indiretta, dicendo di riportare al Battista “ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi son purificati, i sordi odono, i morti risuscitano,ai poveri è annunciato il Vangelo”. E quindi, a confessare il Messia non è lui stesso , ma sono le opere messianiche che egli compie, come se in qualche modo l' ortoprassi precedesse e riempisse di significato l' ortodossia.
E ciò evidentemente vale per tutti coloro che oggi ed in ogni tempo si sono detti cristiani, che quelle opere sono chiamati a rinnovare conformando la loro vita a quella del loro Maestro (quante volte ripetiamo che al cristiano non è proposta una dottrina ma una vita concreta), così come Egli nella istituzione dell' Eucaristia “comandò di ripresentarne l'offerta”(Preghiera eucaristica V), nella liturgia come nella vita di ogni giorno. Quindi, il particolare significato oggi dello stare da credenti nella comunità degli uomini sta nell'inverare nella quotidianità quella che Giuseppe Dossetti definiva come l’aspirazione ad essere “uomo eucaristico”, nel senso di colui che “non incontra l'uomo dall'esterno ed in superficie, ma lo incontra nel suo 'sé' più intimo, più invisibile (...) creando e divulgando ovunque – nel senso di ogni società grande o piccola (...)- un'atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore – oblativo indipendente da ogni condizione esterna mutevole”.
E questo è un elemento che va oltre la misera cronaca di questi giorni.
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